Il modo più semplice e banale per raccontare una stagione turistica è quella di fotografare una spiaggia meno affollata, raccogliere lo sfogo di un albergatore, contare i tavoli vuoti di un ristorante e trasformare quella scena nel bilancio dell’intera Calabria. C’è poi un altro modo per raccontare la stessa storia analizzandola nel modo più faticoso: consiste nel mettere in fila arrivi, pernottamenti, durata dei soggiorni, provenienza dei turisti, spesa internazionale, traffico aeroportuale, capacità ricettiva e interesse online. E nel confrontare ogni dato con lo stesso periodo dell’anno precedente, senza scegliere l’anno-base più conveniente. Calabria7 ha seguito questa seconda strada.

Il risultato non autorizza né i titoli sull’“estate da incubo” né i comunicati trionfalistici. Racconta una verità più complessa: il turismo calabrese sta crescendo, soprattutto grazie alla componente straniera, ma continua a essere concentrato in poche mesi, in pochi chilometri di costa e in una parte limitata dell’offerta ricettiva.

L’estate da incubo che non compare nei numeri

Secondo l’anteprima dello studio realizzato da TEHA Group sui dati Istat, nel 2025 la Calabria avrebbe raggiunto circa 2,1 milioni di arrivi turistici. Nel 2019, ultimo anno completo prima della pandemia, erano circa 1,9 milioni. Sulla base dei valori arrotondati pubblicati, l’incremento è dunque vicino al 10,5%. Non una rivoluzione, ma certamente neppure un collasso. Il dato più utilizzato dalla comunicazione istituzionale è però un altro: +75,2% di arrivi tra il 2021 e il 2025, da 1,2 a 2,1 milioni. Il calcolo matematico è corretto. Il problema è l’anno da cui parte.