È solo disinvoltura o un gioco delle tre carte? Comunque, non sta in piedi la mossa di Giuseppe Conte che, scimmiottando Alexandria Ocasio-Cortez e i «socialisti» americani, prova ad archiviare il «woke» e si fa paladino della lotta alle ingiustizie sociali. Non sta in piedi, se solo si pensa a ciò che il leader 5 Stelle ha fatto e detto da quando è sulla scena, prima da premier poi da alfiere dell’opposizione e del movimento pro Pal.L’appello è di due giorni fa: «Alla sinistra non serve il woke. Il nemico da combattere è questa società di diseguali» ha scritto Conte, condannando gli eccessi della «cancel culture» - prodotto di ciò che un tempo era considerato il «politicamente corretto» - e focalizzando la sua battaglia politica sull’economia e la redistribuzione della ricchezza. Tatticamente l’intervento del molto aspirante premier (ospitato su Repubblica) ha fatto presa, nel tormentato scacchiere allestito in vista delle primarie del Campo largo. Eppure, l’appello fa acqua da tutte le parti. Qualcuno già si esercita nello studio filologico del manoscritto contiano, che pare discostarsi in modo evidente dalla retorica orale e social dell’«avvocato del popolo». Autorevoli commentatori intravedono dietro la prosa la mano esperta di un ghostwriter ben più dotato di cultura politica, rispetto a Conte. Compattezza e organicità dell’analisi farebbero pensare a un epigono della scuola politica delle Frattocchie. Ma la scarsa coerenza del leader dei 5 Stelle emerge comunque, nella sua contraddizione. Insomma, tra quanto Conte dichiara, e quanto fa, c’è di mezzo un mare di inconsapevolezza, o di opportunismo.L’economista Veronica De Romanis, insospettabile di faziosità pro destra, lo infilza facilmente, ripensando soprattutto al secondo governo da lui guidato: «Il Conte 2 - scrive - ha ideato, introdotto e prorogato il Bonus 110%, misura che ha avvantaggiato i ricchi e lasciato il conto, ossia il debito da pagare, ai giovani. Circa 180 miliardi». Insomma, l’avvocato del popolo, e ora della giustizia sociale, ha ideato la più grande operazione di redistribuzione sociale al contrario che si sia mai vista, almeno in Italia.C’è poi tutto l’aspetto di decostruzione del «woke», se possibile ancor meno credibile. Il leader M5S afferma che «il movimento ha promosso un’attenzione vigile ai dispositivi culturali che marginalizzano alcune identità ma non diventi una religione». Ma cosa è diventata l’ossessione pro Pal (ampiamente cavalcata da Conte con tutto l’indotto di Flotille e compagnia manifestando) se non la massima espressione del pensiero «woke»? Chi sono gli «intellettuali» che dai Campus americani alle università italiane, stanno pompando da tre anni il dogma pro Pal, col suo delirante ribaltamento della storia e della cronaca dopo il 7 ottobre? E che cosa è la narrazione anti-Israele, tutta fondata su parole d’ordine ideologiche (colonialismo, imperialismo, e via farneticando) se non il massimo prodotto della cultura woke? E Conte non è forse il leader politico che il 7 ottobre non ha trovato il tempo di postare niente su Hamas, ma in seguito non ha fatto che condannare il «genocidio palestinese» al punto di condividere un video in cui chiedeva agli ebrei italiani di dissociarsi da Israele, evocando un «sistematico sterminio» operato da Israele? Ma tutte queste cose Conte non le sa, o fa finta, o le ha dimenticate per opportunismo.