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Fabio Savelli

Nel commercio il part time riguarda il 38,2% dei dipendenti e nel 57,8% dei casi è involontario. Poche ore, salari insufficienti e turni flessibili trasformano un contratto stabile in una trappola per il reddito

Part time obbligato, salari bassi e orari sempre più estesi: nella grande distribuzione il problema non è soltanto quanto si guadagna, ma quante ore di lavoro vengono concesse. Il risultato è un reddito che spesso non basta e un lavoro che resta povero anche quando il contratto è stabile. D’estate i centri commerciali e gli ipermercati continuano a riempirsi. Per i clienti sono luoghi climatizzati dove trascorrere qualche ora nelle giornate più calde; per chi ci lavora, invece, l’estate coincide spesso con turni più intensi, maggiore flessibilità e meno possibilità di organizzare il proprio tempo. È uno dei paradossi del commercio italiano: un settore che deve garantire servizi sempre più estesi, ma nel quale una parte consistente dell’occupazione è costruita su contratti a tempo parziale.

Il ricorso al part time obbligatoEd è proprio qui che si annida una delle forme meno visibili del lavoro povero. Non necessariamente perché la paga oraria sia tra le più basse in assoluto, ma perché il numero di ore lavorate non consente di trasformare quella paga in un reddito sufficiente. Il part time, quando è scelto dal lavoratore, può essere uno strumento di conciliazione. Quando invece è imposto dall’organizzazione aziendale, rischia di diventare un vincolo che comprime il reddito senza ridurre davvero la disponibilità richiesta al dipendente.