Il 2026 è stato per il ROF – il Rossini Opera Festival di Pesaro – un anno di transizione, con un programma più leggero del solito e un largo spazio lasciato ai giovani, cui la partecipazione di alcune voci di grande esperienza ha fatto da valido contrappunto in termini di qualità ed autorevolezza. L’approdo di Michele dall’Ongaro da Santa Cecilia a Roma alla guida della Fondazione Rossini, fa presagire un cambio di passo capace di dare nuovo smalto alla manifestazione, cancellando talune stanchezze. Come la presentazione del programma per il 2027 imperniato sue due opere importanti come La Donna del Lago e Tancredi, lascia intravvedere.

Le Siège de Corinthe, la prima opera in francese di Rossini sull’orma del Maometto II, è stata la sola nuova produzione di quest’anno e ha ricevuto un successo meritato. Carlo Rizzi ha diretto con equilibrio e flessibilità un’orchestra del Comunale di Bologna in gran forma. Del Coro del Teatro Ventidio Basso è difficile dire altro che bene; è lontano il tempo degli esordi quasi amatoriali e il gruppo ha acquisito negli anni un’esperienza e una qualità musicale di prim’ordine. Nel cast una sorpresa particolarmente gradita è stata quella del Neoclès di Maxim Mironov (forse il migliore in assoluto); la sua è stata a lungo una carriera altalenante, fra grandi aspettative e frequenti delusioni, ma qui ha mostrato una vocalità che legittima l’aspirazione a confronti con la star pesarese di sempre, Diego Florez, unita a una scena solida ed efficace. Vasilisa Berzhanskaya possiede mezzi sonori di tutto rispetto ed è stata una Pamyra appassionata, dalla dizione non sempre fluida e dalla voce che a volte richiamava tonalità da mezzo soprano. Hadrian Sampetrian è stato un Maometto II di qualità, con una sensibilità scenica molto marcata e tentata a volte da qualche eccesso. Molto buono anche il Cleomène di Matteo Roma e senza pecche tutti gli altri. David Livermore ha impostato la sua regia sul tema dello scontro fra una Grecia civile e sconfitta, con i protagonisti vestiti in costumi tradizionali, e un aggressore mussulmano espressione di una nuova realtà vincente ed aggressiva, con i protagonisti in abiti moderni che richiamavano l’America e qua e là il Mackie Messer de l’Opera da Tre Soldi. Si è trattato di una scelta innovativa complessa e delle regie di Livermore – confesso di non annoverarmi fa i suoi ammiratori – non è stata la peggiore, anche se non sono mancati barocchismi ed eccessi. Il coro finale in cui i greci vinti affermano che verrà il momento del riscatto e del ritorno alla libertà è stato un punto particolarmente alto: nel libretto di Rossini il riferimento era alla guerra di indipendenza greca del 1821, ma per molti nel pubblico ha evocato assai più attuali crisi e sconfitte.