Si chiude con lo Stabat Mater la 47esima edizione del Rossini Opera Festival, e la sensazione è quella di un sipario che cala lentamente, lasciando nell’aria voci, volti, energie. Undici giorni che hanno mostrato ancora una volta come il Rof non sia soltanto un cartellone ma un organismo vivo: fatto di musica, certo, ma anche di persone che ogni anno costruiscono un mondo effimero e potentissimo.
La conferenza stampa finale, nella Sala della Repubblica del Teatro Rossini, ha avuto un tono diverso dal solito. Per la prima volta accanto ai vertici del Festival c’erano le maestranze: tecnici, elettricisti, scenografi, macchinisti. Le mani che muovono ciò che il pubblico vede senza mai comparire in scena. La loro presenza ha dato all’incontro un respiro più umano, quasi una restituzione di gratitudine.
A rompere il ghiaccio è stato il presidente Michele dall’Ongaro. "Che bellezza", ha detto. Due parole che sembrano leggere, ma che racchiudono l’essenza di questa edizione: un lavoro corale, una qualità cercata e difesa, un’idea di squadra che non è retorica ma pratica quotidiana. Perché il ROF vive da sempre così; tecnici, maestranze, artisti, tutti parte di un’unica macchina che ha un solo obiettivo: regalare al pubblico momenti irripetibili.







