La prima cosa che si vede, quando le luci calano sull’Auditorium Scavolini, non è la Grecia: è un magazzino. Casse di legno accatastate alla rinfusa, statue antiche coricate su un fianco, l’aria polverosa dei depositi dove i musei tengono ciò che non espongono. Da lì, dalla cassa più grande piazzata al centro, comincerà a uscire Corinto. Sono le sette di sera di venerdì, a Pesaro, ultima delle quattro recite di “Le Siège de Corinthe” che hanno inaugurato il quarantasettesimo Rossini Opera Festival, e il primo cortocircuito è tutto nel luogo: l’assedio di una città greca raccontato dentro uno scatolone nato per il basket, perché di questo si tratta, un impianto sportivo in partenza infelice per la lirica, dove però la resa acustica si rivela, alla prova dei fatti, più che discreta. Aggiungo una confessione: al ROF non ero mai venuto. Per anni l’ho seguito come lo seguono in tanti, dalla radio, con le prime trasmesse in diretta da Rai Radio 3, immaginandomi le scene dalle voci. Vederlo è un’altra cosa, e conviene dirlo subito. Tre ore e mezza con due intervalli di venti minuti: un’ora e cinque il primo atto, altrettanto il secondo, quarantacinque minuti il terzo. Una misura da grand opéra, che è esattamente ciò di cui stiamo parlando.