Grazie a Francesco Guccini ho sentito per la prima volta parole come “percalle”, “teorete” e “crucifige”.

Avevo un quadernino dove segnavo tutte le parole che non volevo dimenticare: c’erano anche “orpello” e “cordite”, c’era l’espressione “amore ancillare”, che non capivo cosa fosse a quattordici anni. Quello era un mio primitivo dizionario privato, una sorta di iniziazione segreta che cominciava con le cuffie nelle orecchie, percorrendo le strade rotte e interminabili di una provincia della Campania.

Ho cominciato ad ascoltare Guccini all’inizio del quarto ginnasio, quando andavo a scuola col pullman. La mia scuola era a più di un’ora da casa e dovevo partire col buio e con l’unico bus della giornata, seguendo le curve e gli spigoli del Cilento interno, sobbalzando a ogni buca, mentre fuori dal finestrino si aprivano boschi scuri che volevano mangiarmi. Se dovessi immaginare un luogo in cui far risuonare le parole di Guccini, sarebbero quelle foreste buie della mia adolescenza, quell’attimo prima che il cielo cominciasse a macchiarsi di luce.

Avevo le guance premute contro il vetro appannato, e c’era la erre di Guccini nelle cuffie a farmi compagnia: mi aggrappavo a quella voce, assorbivo come una spugna, segnavo e annotavo.