di Francesco Battistini

La nuova Siria vive tra le contraddizioni della rivoluzione che ha sepolto 54 anni d’assadismo. Ci vorranno anni, per avere una nuova costituzione che non faccia gerarchie e garantisca tutti

Gli Airbus, sono ancora quelli comprati da Assad. Immobili da anni, impolverati negli hangar. Il direttore della Syrian Airlines, sfidando la paura di volare, a fine luglio li ha rimessi in pista: «Basta con l’isolamento!». Pieno di carburante, rullaggio, prima destinazione Beirut. «E se ci tolgono le sanzioni, riapriamo anche le rotte per l’Europa».

Decollati sulla via di Damasco, i piloti alla cloche della nuova Siria volano tra le contraddizioni della rivoluzione che ha sepolto 54 anni d’assadismo: dopo venti mesi c’è un presidente che s’è cambiato il nome e un sottopotere, nelle città, che non ha cambiato volto. Ahmad Al Shara indossa le grisaglie nuove dell’imperatore, va a stringere le mani di Trump e Macron, chiede soldi a sauditi e qatarini, negozia con la Turchia che l’ha messo su quella poltrona. E chiede che per settembre la Siria esca dalla black-list dei Paesi canaglia: proprio lui, un tagliagole con una taglia da 10 milioni di dollari sulla testa, che nella vita precedente si faceva chiamare Al Jolani e comandava Al Qaeda e governava quello Stato Islamico dove sparì anche padre Paolo Dall’Oglio. Tutto è perdonato.