Due attentati mettono a dura prova la pax siriana. Sono giorni complessi, questi, non solo per i postumi del cosiddetto accordo sull’Iran (che tale, nei fatti, non sembra essere) ma anche per via degli effetti a catena sull’area mediterranea. Uno di essi tocca le nuove relazioni fra Siria e Libano, con la Cina alla finestra
Siria come Libia. Ovvero non appena si intravede una possibilità di normalizzazione istituzionale, anticamera a sicurezza, stabilità e ripresa degli investimenti, ecco la destabilizzazione portata da attentati e caos. Con una serie di conseguenze chirurgiche in seno ad alleati e competitors. A seguito dell’esplosione di una bomba in un affollato caffè nel centro di Damasco, 9 sarebbero i morti e almeno 20 i feriti. L’ordigno era stato piazzato in un caffè situato vicino al Palazzo di Giustizia nel centro della capitale siriana. Si tratta del secondo attentato in due mesi, dopo un anno di relativa calma. Lo scorso 19 maggio, un’autobomba aveva ucciso un soldato siriano e ferito almeno altre 18 persone nei pressi di un edificio del ministero della Difesa.
Oman e Kurdistan sono stati i primi Paesi a mostrare solidarietà al governo siriano, a stretto giro anche Turchia, Iraq, Egitto, Qatar e Giordania, esprimendo vicinanza alla Siria e riaffermando il loro rifiuto del terrorismo e della violenza contro i civili. Ma appare evidente come una fase di relativa pax siriana sia stata messa in discussione da questi due episodi. Sono giorni complessi, questi, non solo per i postumi del cosiddetto accordo sull’Iran (che tale, nei fatti, non sembra essere) ma anche per via degli effetti a catena sull’area mediterranea. Uno di essi tocca le nuove relazioni fra Siria e Libano,












