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Ultimo aggiornamento: 18:52
Un boato, fumo e sangue. A terra 8 morti e 21 feriti. Sono queste le vittime provocate dall’attacco terroristico che in Siria ha colpito la moschea Imam Ali Bin Abi Talib a Homs, nel quartiere a maggioranza alawita di Wadi al-Dahab. Per il ministro degli esteri siriano, Asaad Al Shibani, è l’ennesimo “tentativo disperato” di destabilizzare il Paese. E ha promesso che i responsabili saranno puniti. Ma è in atto una strategia della tensione, con nuovi e vecchi attori in corsa per il potere.
Dopo ore di silenzio, su telegram il gruppo Saraya Ansar al Sunnah ha rivendicato la paternità dell’attentato che ha colpito il luogo di culto Alawita. Negli ultimi mesi questo gruppo terrorista siriano, fondato da Abu Aisha al Shami, ha rivendicato anche altri attentati. Il primo è del giugno scorso. Ad essere colpita fu la chiesa di Mar Elias, in centro a Damasco: 30 morti e 50 feriti.
Nel maggio scorso, il giornale libanese An Nahar era riuscito ad entrare in contatto con al Shami. “Il gruppo è nato, a Idlib, prima della caduta del regime siriano”, aveva dichiarato il leader della milizia fondamentalista. Aggiungendo di aver fatto parte di “Hayath Tahrir al Sham” milizia radicale fondata da Abu Mohamad al Jolani, nome di battaglia del presidente siriano Ahmad al Sharaa. Ma che ora “al Jolani è un infedele”, concludendo di non avere “nessun legame con lo Stato Islamico in Siria”.







