Sara Gilardi

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“Vengo anch’io. No, tu no”. Eppure, sulla scialuppa del Centro-Nord Europa sembra esserci salito chiunque: dopo la Germania, la Svizzera e l’Austria, sotto il vessillo del “comune accordo con Roma” si imbarcano anche Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, facendo salire la conta a sei. Al centro della vicenda ci sono sempre i dublinanti. Una gestione che, anche nel nuovo Patto Ue su migrazioni e asilo (sebbene questo meccanismo a domino sia stato innescato dalle vecchie regole di Dublino), porta in seno una profonda contraddizione: se i richiedenti sono entrati ufficialmente in Europa tramite il nostro Paese, e si sono poi spostati, perfino stabilmente, in un altro, è comunque in Italia che avrebbero dovuto fare la richiesta d’asilo.

Dal Paese oltre il Brennero c’è ancora un grande punto di domanda sulle modalità di rimpatrio dei dublinanti in Italia: dopo aver mandato quattro persone dal 12 giugno (in autobus o treno con biglietto pagato), c’è incertezza non solo su quante persone Vienna vorrà rimandare indietro, ma soprattutto se la misura riguarderà anche quelle arrivate prima dell’entrata in vigore del “nuovo” Patto sulla migrazione e asilo. Altro aspetto di non poco conto è se l’Unione Europea deciderà di rendere o meno retroattivo il regolamento sui rimpatri dei dublinanti: basti pensare che dal 2023 al 2025 il nostro Paese ha avuto complessivamente 110mila richieste d’asilo; è ben comprensibile che, se la previsione iniziale si avverasse, l’Italia avrebbe una bella gatta da pelare.