La politica italiana si sta allontanando dal centro proprio nel momento in cui gli elettori sembrano averne più bisogno. A destra l’arrivo di Roberto Vannacci ha già prodotto il suo primo risultato. Non sappiamo ancora quanti voti prenderà, ma sappiamo che sta cambiando le parole degli altri. Quando sulla frontiera estrema compare un concorrente, infatti, una coalizione smette di preoccuparsi dei moderati che potrebbe conquistare e comincia a inseguire i radicali che teme di perdere. Il caso di Ceuta, con la destra risucchiata sul terreno dell’identità e dei confini trasformati in una trincea, ci ha mostrato dove può portare questa gara.Dall’altra parte si prepara un movimento uguale e contrario. Se Alessandro Di Battista tornasse davvero con un suo partito, il campo largo si ritroverebbe con un nuovo concorrente populista, pacifista fino all’ambiguità sull’Ucraina e apertamente ostile all’Occidente, che spingerebbe a inseguirlo chi è già su quel crinale. Il risultato è prevedibile: mentre ciascuno dei due schieramenti crede di difendere il proprio confine, entrambi si allontanano dal centro.È qui che può riaprirsi la questione moderata. Non si tratta di riesumare la Democrazia cristiana, né di immaginare un popolo immobile che da trent’anni aspetta pazientemente il partito giusto. Si tratta di elettori europeisti, allergici ai sovranismi e ai massimalismi, convinti che l’Ucraina debba essere difesa, che il riarmo nazionale serva a scoraggiare la guerra e non a prepararla, che il debito non sia denaro gratis e che governare significhi scegliere, anche quando le scelte costano. Elettori che rischiano di sentirsi sfrattati dalla destra e indesiderati dalla sinistra.Sulla carta c’è già chi si candida a raccoglierli, al di fuori dei due poli. Azione, il Partito liberaldemocratico e Ora! presidiano esattamente questo territorio. Sono europeisti, atlantisti, favorevoli al nucleare, ostili al populismo e convinti che l’Italia non possa continuare a finanziare ogni promessa con altro debito. Il guaio è che il loro accordo finisce qui.Calenda pensa a uno Stato forte, capace di guidare la politica industriale, proteggere i settori strategici e aiutare le imprese che possono competere. Marattin immagina invece uno Stato più leggero, con meno tasse e meno bonus, più concorrenza e riforme liberali graduali. Boldrin si spinge molto più avanti: vuole tagliare i sussidi e la spesa pensionistica e smontare le protezioni con le quali la politica compra il consenso degli elettori.Non sono differenze da convegno. A complicare tutto ci sono poi tre leadership ingombranti. Calenda vuole costruire una forza di governo immediatamente riconoscibile; Marattin un partito liberale aperto e contendibile; Boldrin una rottura netta con il professionismo politico. Tutti temono che l’unità possa annacquare la loro identità. Ma separati rischiano di salvare l’identità e perdere gli elettori, perché sommando tre debolezze non si ottiene automaticamente una forza. Servono un programma comune, una leadership scelta con regole credibili e soprattutto la capacità di distinguere ciò che è irrinunciabile da ciò che può essere mediato. Altrimenti lo spazio aperto da Vannacci e Di Battista resterà vuoto. O, più probabilmente, sarà occupato dall’astensione.Il centro italiano conosce bene questa malattia: ha sempre avuto più generali che soldati. Oggi avrebbe finalmente una ragione per esistere e un elettorato disposto ad ascoltarlo. Gli manca soltanto la cosa più difficile: la capacità di stare insieme.