Gentile Direttore, le tensioni esplose questa estate dentro la Lega, con le dichiarazioni critiche di alcuni suoi esponenti di spicco, mostrano che il malessere non è episodico ma strutturale. È il segno di una leadership che non regge più il peso della personalizzazione totale della politica. Matteo Salvini è vittima della cosiddetta "politica dei leader". Quando un partito affida tutto al capo visibilità, strategia, identità, destino il leader diventa inevitabilmente solitario. Ogni successo è merito suo, ogni fallimento è colpa sua. È un meccanismo che esalta e poi consuma, soprattutto quando il consenso evapora. Senza una classe dirigente solida e una responsabilità realmente condivisa, il leader finisce per essere l'unico bersaglio e l'unico imputato. Una visione completamente distante dalla tradizione cristiana, dove la leadership è cura, non onnipotenza; responsabilità, non culto della personalità.

Giuseppe Di Biasi

La risposta del direttore del Gazzettino, Roberto Papetti

Caro lettore, è evidente che il livello di malessere dentro la Lega, complici anche sondaggi e recenti risultati elettorali assai poco incoraggianti, ha raggiunto livelli molto alti ed è facile prevedere che la crisi dentro il movimento sia ormai arrivata vicina ad un punto di non ritorno. Nel senso che nei prossimi mesi, o forse anche nelle prossime settimane, qualcosa dentro il Carroccio e ai suoi vertici dovrà accadere. E se nulla accadrà sarà comunque una notizia importante, perché significherà che Matteo Salvini sarà riuscito a disarmare e rendere inoffensivi i suoi critici interni e a mantenere salda la leadership del movimento. In questo momento comprendere però la possibile evoluzione del dibattito dentro la Lega è complicato anche per gli addetti ai lavori. Lo è per la struttura leninista del partito che assegna, da sempre, al suo capo poteri enormi e non prevede forme di dissenso organizzato. Ma lo è anche per la scarsa chiarezza o, se si preferisce, per il clima paludato che, nonostante le forti contrapposizioni anche personali, contraddistingue il confronto interno al partito. Un clima che il governatore lombardo Fontana ha provato nei giorni scorsi a spezzare parlando di un possibile anche se non meglio precisato passo indietro di Salvini. È chiaro a tutti che dentro il Carroccio oggi c'è un fronte del Nord, lo zoccolo duro anche in termini di consenso della Lega, composto da governatori come Fontana e Fedriga, da ex governatori come Zaia e da esponenti nazionali come Romeo fortemente critico verso Salvini. Il segretario dal canto suo è però forte di un mandato congressuale, votato all'unanimità lo scorso anno, che lo vede segretario fino al 2029, di una solida maggioranza negli organismi interni e nei gruppi parlamentari. In altre parole controlla saldamente il partito.