Da mesi i dirigenti della Lega si interrogano con una certa angoscia sul futuro del loro partito, in costante calo di consensi, sempre meno decisiva nel governo, sempre più in crisi nel presidio territoriale. La leadership di Matteo Salvini è considerata da anni piuttosto debole, e alcune vicende recenti – come quelle che hanno portato alla scissione di Roberto Vannacci – hanno aumentato la percezione di un leader con scarsa visione strategica, poco acume tattico, e una scarsa capacità di controllare il suo stesso movimento.

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Tuttavia, per antica tradizione, per un insegnamento che deriva dall’esperienza di Umberto Bossi, la Lega resta un partito estremamente gerarchico, difficilmente scalabile, per certi versi incapace di mettere davvero in discussione il proprio segretario federale se non quando la situazione è totalmente compromessa. E ora che la crisi del partito appare irreversibile, non a caso si sta cercando un modo per rilanciarne l’azione, riformarne la struttura, senza costringere Salvini a dimettersi, anche perché in questa fase nessuno dei dirigenti più autorevoli pare disposto a sfidarlo apertamente con l’intenzione di prenderne il posto.