Dopo oltre un anno di riflessioni e tensioni interne alla maggioranza, il governo ha deciso di avviare il confronto con Bruxelles per ottenere l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale. L’obiettivo è autorizzare l’Italia a spendere, tra il 2026 e il 2028, fino a 35 miliardi di euro al di fuori del normale percorso di aggiustamento dei conti pubblici: 21 miliardi destinati alla difesa e altri 14 alla sicurezza energetica.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha scelto correttamente di coinvolgere il Parlamento prima di aprire formalmente la trattativa con la Commissione europea. La risoluzione della maggioranza è stata approvata con 181 voti alla Camera e 98 al Senato. Il mandato ottenuto consente al governo di presentare un piano pari allo 0,9% del Pil per la difesa e allo 0,6% per l’energia, raggiungendo così il limite complessivo dell’1,5% consentito dalla flessibilità europea.

Trentacinque miliardi sono molti, soprattutto per un Paese con un debito pubblico enorme e con margini di bilancio strutturalmente ridotti. Sarebbe però sbagliato fermarsi alla cifra e trattare questa decisione come l’ennesimo semplice aumento della spesa pubblica. Non tutta la spesa è uguale, non produce gli stessi effetti e non lascia la stessa eredità alle generazioni future.