Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiNon vorrei creare imbarazzi né a chi legge né al direttore di questo giornale che pubblica i miei commenti ma decidendo di affrontare l’affaire-Lavitola devo confessare la mia ammirazione per lui, novello Don Chisciotte con i Sancho Panza che gli sono stati appresso e lo hanno aiutato negli assalti ai mulini a vento. Sempre per pescare nel fantastico, possiamo rivolgerci pure ai fratelli Grimm e al loro Pifferaio Magico, con tutti dietro, supini, ammaliati da quel suono. Un Pifferaio-Don Chisciotte che riesce a sedurre brandendo una spada spuntata e un piffero stonato per via di un pregresso a tutti noto di persona non proprio integerrima e assai volubile.

Lavitola ha lasciato cocci in casa socialista e nella villa di Arcore, ha rovinato la carriera politica di Gianfranco Fini e ha tentato di fare lo stesso con Matteo Renzi, millantava rapporti personali oscuri, una vita borderline (costellata anche dal carcere) sfociata in una strana onnipotenza, che a differenza del racconto fantasioso di Cervantes e della favola dei Grimm ha come chiave di volta qualcosa di reale: un ristorante di pesce. Dove si mangiava maluccio (lo aveva scritto il Gambero Rosso in tempi non sospetti) ma si incontrava una crème di proseliti che ha dell’incredibile ma vero: giornalisti, politici, artisti, scrittori, aspiranti arrampicatori politico-sociali. È il trionfo innanzi tutto del giornalismo bipartisan: dal profeta del giornalismo televisivo d’assalto (che qui era di casa) al fiduciario editoriale di Giorgia Meloni, da due blasonati giornalisti del centrosinistra. Il bello è che quando il pifferaio è finito in manette, tutti hanno assicurato che si trovavano lì per caso.