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Il punto di partenza è la legge. Il testo normativo che sarà al centro delle udienze di ottobre al Tar e dalla cui interpretazione dipende il destino del Comune di Messina (decadenza o no del sindaco Federico Basile, commissariamento o no, nuove elezioni o no), ma anche delle future mosse politiche di Sud chiama Nord, il partito protagonista di questa vicenda. Tutto ruota attorno ad una legge regionale, la numero 7 del 1992, e al passaggio chiave sull'esenzione dalla raccolta delle firme per la presentazione delle liste: «Nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici costituiti presso l'Assemblea regionale siciliana in gruppo parlamentare o che nell'ultima elezione regionale abbiano ottenuto almeno un seggio, anche se presentino liste contraddistinte dal contrassegno tradizionale affiancato ad altri simboli. In tali ipotesi le liste dei candidati saranno sottoscritte e presentate dal rappresentante regionale del partito o da una o più persone dallo stesso delegate, con firma autenticata». Questa la legge, diverse le interpretazioni. Quella di chi ha presentato i ricorsi al Tar (due riguardano Messina, uno presentato dagli avvocati Giorgianni e Starvaggi, l'altro dagli avvocati Losi e Materia), evidentemente, è restrittiva: l'esenzione può riguardare una sola lista, che utilizza una sola volta il contrassegno del partito rappresentato all'Ars (da solo o affiancato ad altri). Una tesi sostenuta anche nel famoso parere secretato dall'Ufficio legislativo e legale della Regione, di cui nei giorni scorsi abbiamo rivelato il contenuto.