Dopo essere stato celebrato come simbolo d’inclusione, il docente britannico Jason Arday è stato accusato di plagio e falsificazioni. La sua morte apre una serie di difficili riflessioni
Il 14 agosto Jason Arday, professore universitario britannico finito al centro di una tempesta di accuse e sospetti, è stato trovato morto nella sua casa di Londra. Diventato famoso come il più giovane professore nero negli oltre ottocento anni di storia di Cambridge, Arday era sotto attacco da settimane, accusato di plagio, di aver falsificato i propri titoli di studio e di aver inventato una biografia infarcita di dettagli poco credibili.
Arday sosteneva di essere stato muto fino a undici anni e analfabeta fino a diciotto, difficoltà che non gli avevano impedito di completare un dottorato a trent’anni. Inoltre dichiarava di essere stato affetto da una serie di disturbi nel corso della vita, tra cui autismo, epilessia, sindrome locked-in, e inoltre di aver avuto un tumore al testicolo e uno al cervello. Raccontava di essere un atleta capace di imprese sbalorditive, come correre novecento chilometri in sei giorni. Per non parlare dei successi accademici: Arday era considerato un talento, le cui ricerche nel campo della sociologia dell’educazione erano “le migliori al mondo”, secondo Hilary Cremin, direttrice del dipartimento di scienze dell’educazione di Cambridge. Arday affermava di aver ricevuto un anticipo da 1,4 milioni (senza specificare la valuta) per la sua autobiografia, pubblicata l’11 agosto negli Stati Uniti da Simon & Schuster. La sua ascesa è stata fulminea, fino a quando si è interrotta bruscamente.















