Tre arresti in Spagna, oltre vent’anni trascorsi in carcere, due clamorose scarcerazioni nel giro di pochi mesi e una storia criminale che attraversa la stagione più sanguinosa della ’ndrangheta reggina. Per comprendere chi sia realmente Domenico Paviglianiti, detto “Don Mico”, non basta partire dalla sua ultima cattura davanti a un ristorante di Soria. Bisogna tornare indietro di oltre quarant’anni, quando gli equilibri criminali della provincia di Reggio Calabria venivano decisi con le armi.

Il suo rientro in Italia, avvenuto oggi dopo la consegna alle autorità italiane, chiude l’ultima latitanza ma riapre il racconto di uno dei nomi storici della criminalità organizzata calabrese. Paviglianiti deve espiare un cumulo di pene superiore a 19 anni di reclusione per associazione mafiosa, omicidio e reati in materia di armi.

Il potere della cosca nell’area jonica reggina

Paviglianiti è considerato dagli investigatori il vertice dell’omonima cosca, storicamente radicata nell’area jonica della provincia reggina, in particolare tra San Lorenzo, Bagaladi e Condofuri. Un’organizzazione capace, secondo le ricostruzioni investigative, di estendere nel tempo la propria influenza anche al Nord Italia e di inserirsi nei grandi traffici internazionali di sostanze stupefacenti.