L’AVANA – Tornare dopo 25 anni in questa isola è stato un colpo al cuore. Oggi la gente di Cuba sta affrontando il periodo peggiore della sua storia per questo blocco economico soffocante e criminale imposto da Donald Trump. Peggiore persino del cosiddetto “periodo especial” della fine degli anni ‘80, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, quando ancora si ricordano le file interminabili davanti i negozi per acquistare beni di prima necessità. Appena arrivato in aereoporto a L’Avana ho subito notato come l’atmosfera febbrile e i sorrisi di benvenuto che ricordavo siano oggi scomparsi. E’ stato così poi ad Holgiun e ancora a Bayamo, splendida cittadina colorata circondata dalla Sierra Maestra. I colori pastello così tipici di Cuba e il suo cielo rosso fuoco al tramonto, contrastano adesso con i volti scuri, tristi, quasi rassegnati che si incontrano nei cortili o si scorgono sulle verande delle case.

Al buio e con i frigoriferi spenti. Li vedo li, tutti fuori, nel buio della sera, senza corrente elettrica negli appartamenti con i frigoriferi spenti, spesso vuoti, fermi ad aspettare. Ma aspettare chi, che cosa? I bimbi intanto corrono appresso ad un pallone, gli anziani giocano a domino, le donne stendono il bucato sui fili per le strade. Intanto il pensiero, chissà perché, mi corre alla sanità di questo Paese, che è stato – ed è – un suo fiore all’occhiello. Un sistema di eccellenza, che non esclude e non ha mai escluso nessuno, ora talmente esangue e ridotto ad aspettare gli strumenti e i farmaci fondamentali per farlo funzionare, almeno al minimo.