Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 18:03
Questo articolo è gratis.
Per leggerne altri, ricevere le newsletter e avere libero accesso ai contenuti scelti dalla redazione
“No hay nada. No hay comida, no hay corriente, no hay combustible” Nelle strade dell’Avana l’assedio statunitense si riassume così: cibo, elettricità, carburante. Il resto, a Cuba, viene dopo. O non viene affatto. Spesso non servono neanche le parole perché a parlare sono gli scaffali vuoti delle bodegas statali, i quartieri al buio per giorni interi e le pompe di benzina spente. Da Miramar ad Alamar, da Cabo de San Antonio a Punta de Maisí, il ritornello rimane lo stesso: no hay. E quel “non c’è” non è un semplice lamento ma il risultato di una stretta politica e militare che, dall’inizio dell’anno, ha tagliato all’isola la sua risorsa più vitale. Dopo la cattura di Nicolás Maduro a Caracas lo scorso 3 gennaio, Donald Trump ha imposto alla perla delle Antille un “bloqueo energetico” che si va a sommare all’embargo del ’62. E così le minacce ai pochi paesi che ancora commerciavano con Cuba, primo tra tutti il Messico, hanno finito per tagliare del tutto le forniture di petrolio all’isola.






