“Gran parte di quello che arriva a Cuba in aiuto alla popolazione non si muove dai siti di stoccaggio. Perché semplicemente non c’è più carburante per muoverlo”. È lapidaria Carla Vitantonio, operatrice umanitaria e scrittrice appena tornata da Cuba. La contattiamo mentre il mondo si chiede se, dopo il Venezuela e l’Iran, non tocchi davvero all'isola caraibica venire sconvolta dalla furia con cui il presidente statunitense Donald Trump sta smantellando gli equilibri globali per fini che, quelle poche volte in cui affiorano chiari da sotto la valanga di propaganda Maga, conducono al petrolio e agli affari privati del presidente.Poco importa se la cattura del venezuelano Nicolás Maduro si è tradotta nel più classico dei cambi di regime, mentre l’uccisione della guida suprema iraniana Ali Khamenei in un pantano potenzialmente in grado di paralizzare l'economia globale. Come ha sottolineato Ivan Krastev sul quotidiano Financial Times “Trump è come un regista che non gira film, ma solo trailer di pellicole che non saranno mai realizzate”. È forse la più lucida e allo stesso tempo vivida rappresentazione di ciò che è successo prima a Caracas e poi a Teheran.Cuba è un capitolo a séMa “Cuba non è nessuno dei capitoli precedenti”, precisa Vitantonio. Sull’isola, la dimostrazione di forza è, per ora, soprattutto economica: “Parliamo di quantità spropositate di cibo, medicinali e materiali per l’agricoltura che restano fermi nei porti perché non c’è combustibile per distribuirli”, ci dice Vitantonio, che continua: “Una volta che riesci a far arrivare una nave piena di medicine a Cuba, non c’è combustibile per trasportare i beni dal porto agli ospedali o agli asili, perché non c’è petrolio”.Per Cuba, Washington sembra aver scelto l’asfissia, nonostante nelle ultime ore prima l'arrivo della petroliera russa Anatoly Kolodkin a L'Avana e poi le dichiarazioni della presidente messicana Claudia Sheinbaum sull'invio di petrolio all'isola sembrino promettergli un po' di sollievo. Senza sostegno estero, l'alternativa sarebbe la paralisi di un sistema che, per decenni, ha rappresentato tutto ciò che gli Stati Uniti hanno avversato nel mondo a neanche 200 chilometri dalle coste della Florida.Sono settimane che Cuba è più isolata che mai. Il blocco alle importazioni di carburante da Venezuela e Messico imposto dagli Stati Uniti, sembra aver staccato la spina ad un’isola e un popolo già profondamente indeboliti dal punto di vista economico. Anche il settore umanitario deve fare i conti con le carenze di risorse che hanno colpito tutti i settori. Qual è stato l’impatto sul lavoro delle ong?Il settore umanitario a Cuba usufruisce di quelli che vengono chiamati nel settore waiver umanitari. Il waiver umanitario è semplicemente un’esenzione che può riguardare vari aspetti operativi. Per quanto riguarda i beni di prima necessità, l’esenzione impedisce a qualunque attore di bloccare, per esempio attraverso misure di embargo o blocco commerciale, il passaggio di un bene considerato essenziale per la sopravvivenza delle persone verso un paese che lo necessità.Nel caso di Cuba, anche gli Stati Uniti devono consentire queste operazioni. Detto questo, mandare le cose sull’isola non è facile. Non basta beneficiare di un’esenzione, serve anche trovare una compagnia che si occupi della logistica.C’è qualcosa che aggrava ulteriormente questo percorso ad ostacoli?Qui arriva uno dei problemi cruciali che non nasce oggi, ma che in questa fase si è indubbiamente acuito. La maggior parte delle compagnie, per paura di sanzioni, pratica quella che si chiama over-compliance: evitano completamente Cuba, anche quando potrebbero operare legalmente. Questo perché hanno paura in anticipo di essere punite da Washington su altri fronti. Temono che, per aver portato una nave di aiuti umanitari a Cuba, possano poi subire sanzioni dagli Stati Uniti dirette verso spedizioni a fini commerciali, quindi non umanitari, su cui ovviamente le compagnie contano per il proprio business.Questo fenomeno si manifesta soprattutto da quando Cuba è tornata nella lista degli stati sponsor del terrorismo (l’elenco ufficiale gestito dal Dipartimento di Stato che identifica e sanziona i paesi accusati di fornire supporto ad atti di terrorismo internazionale, in cui Cuba è rientrata sotto la seconda amministrazione Trump dopo che Biden l’aveva rimossa negli ultimi giorni del suo mandato, ndr). Questa condizione ha aggravato e di molto gli effetti dell’embargo. Molte ong sono caute nel parlarne, perché temono ritorsioni o che questo possa influire sulle donazioni.In un recente articolo il quotidiano spagnolo El País sottolinea come molti osservatori stiano tornando a parlare di un possibile ritorno al Periodo Especial degli anni Novanta — la crisi cubana che seguì il crollo dell’Unione Sovietica e che portò a carenze estreme di energia, cibo e beni essenziali sull’isola. È un paragone fondato?Non farei un paragone diretto con quel periodo, sebbene molti dei problemi che lo hanno caratterizzato siano simili. Nel periodo speciale le ong non c’erano, arrivano a Cuba alla fine di quel periodo, per questo una lettura comparata in termini di esigenze umanitarie dell’isola è difficile. La differenza principale, forse, rispetto ad allora, è che negli anni Novanta l’infrastruttura complessiva cubana, dal sistema elettrico, alla sanità, dall’approvvigionamento alimentare alla logistica, reggeva ancora.Mentre ora la situazione è diversa?Oggi la mia impressione, dopo tutto ciò che ho potuto osservare, è che stiamo raggiungendo un punto di rottura. Ci troviamo di fronte a una situazione che possiamo definire senza precedenti. Stiamo vivendo un unicum per Cuba, un peggioramento generale delle condizioni iniziato con il Covid-19 e proseguito fino ad oggi.Inoltre, ad essere cambiata è anche la percezione che gli stessi cubani hanno della loro condizione. Oggi hanno aspettative diverse rispetto a trent’anni fa. E hanno internet: possono confrontare la loro condizione con quella del resto del mondo.Qualche settimana fa è stata incendiata una sede del Partito comunista nella città di Moròn, nel centro del paese. Il governo ha parlato di vandalismo, ma è raro che le proteste a Cuba vadano oltre i cosiddetti cacerolazos, proteste notturne rumorose ma pacifiche. Crede questo evento, unito alla maggior possibilità che i cubani hanno di confrontarsi con l’esterno, rappresenti una minaccia per il governo di Miguel Díaz-Canel?Riguardo a Díaz-Canel opererei dei distinguo. Che sia impopolare non è una novità: basta fare un giro su Facebook per vedere che da tempo è oggetto di meme da parte dei cubani, che lo prendono in giro. Ma la questione più seria e interessante è che la personalizzazione del potere che noi e che, soprattutto gli Stati Uniti, operano, a Cuba non funziona. Cuba non è il Venezuela.La popolarità di Díaz-Canel non coincide con quella del sistema politico cubano nella sua totalità. Così come i suoi sottoposti, Díaz-Canel è parte di una struttura di potere complessa, multistratificata e multigenerazionale.Restando sulla risposta del governo, come sta affrontando la situazione di estrema scarsità generalizzata che riguarda l’isola?Per quanto riguarda i blackout ricorrenti e la crisi del Sistema Eléctrico Nacional, da qualche giorno il governo ha raggiunto un accordo con la Cina per la fornitura di 10mila pannelli solari che dovrebbero privilegiare le abitazioni senza accesso all’elettricità. Al governo dell’isola si possono di certo attribuire varie responsabilità per la situazione attuale, ma bisogna riconoscere che esiste ancora una logica per cui i più vulnerabili vengono prima.Nello specifico, i kit sono stati donati prima a medici e maestri, soprattutto nelle zone meno sviluppate, e poi alle case senza accesso alternativo all’elettricità. Sono kit domestici da 2 kilowatt, dunque in grado di sostenere sì e no il fabbisogno di un’abitazione. Servono a sostenere categorie sotto fortissimo stress, che devono lavorare perché, anche nell’emergenza, continuano a rappresentare settori di enorme importanza per Cuba.E per quanto riguarda la sanità e l’accesso alle cure? Cuba è sempre stata un fiore all’occhiello in tutta l’America Latina e non solo grazie a un modello di sanità gratuita di alto livello e ben distribuita su tutto il territorio.Sulla situazione sanitaria il quadro è semplice: gli ospedali fanno solo operazioni salvavita. Solo salvavita, nient’altro. Per esempio l’emodialisi, fondamentale a chi deve purificare il sangue perché soffre di grave insufficienza renale, le cure continuano a funzionare, per ora. Ma con grandissimo sforzo. Non ci sono le risorse per fare nient’altro, a partire dal carburante che sostiene strutture e macchinari.Negli scorsi giorni è arrivato a Cuba il primo contingente della flottiglia internazionale legata alla campagna Let Cuba Breathe, con a bordo anche europarlamentari e delegazioni da decine di paesi. Secondo i dati disponibili, il totale già consegnato è tra le 20 e le 50 tonnellate di cibo, medicinali e dispositivi come pannelli solari. Sono iniziative che possono incidere davvero?Partiamo dal presupposto che a Cuba tutto è d’aiuto, perché è un paese dove i poveri non hanno più niente. Ogni scatoletta di tonno che arriva è d’aiuto, su questo non si discute. Poi, si può argomentare che apparentemente poco è stato fatto fino ad ora per integrare questo tipo di azioni nel tessuto sociale, spiegandole ai cubani affinché vengano recepite correttamente. Oggi mi sembra di osservare che i cubani non sono omogeneamente a favore o contro la flottiglia, e molti sentono di non essere stati coinvolti.Ma c’è indubbiamente da riconoscere un aspetto positivo, quello di aver alzato l’attenzione internazionale su un crimine. Perché è di questo che si tratta. L’embargo statunitense sta attentando alla sopravvivenza di un popolo.Questo è vero anche dal punto di vista del diritto internazionale?Non è un mistero: le sanzioni statunitensi sono quelle che, nel linguaggio tecnico, vengono definite blanket sanctions, che colpiscono indiscriminatamente tutta la popolazione. Qualcosa di molto diverso, per esempio, da quelle che l’Unione europea ha imposto alla Russia, colpendo gli oligarchi e soprattutto chi faceva grandi affari grazie alle relazioni commerciali con i paesi europei. A Cuba non c’è nulla di tutto questo. Sono sanzioni a tappeto e, ovviamente i più vulnerabili sono quelli che pagano i prezzo più alto.Un quadro complessivo che metta insieme dati ufficiali circa l’impatto dello strangolamento statunitense su Cuba non è ancora stato presentato. Tuttavia, molti osservatori, anche fra i pochi sul territorio, concordano su quanto detto dal portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres a metà febbraio, che aveva definito l’isola “prossima al collasso umanitario”. Quanto manca affinché Cuba raggiunga il punto di non ritorno?Le stime ufficiali sul punto di non ritorno sono già state superate. Secondo l’Onu i blackout sono arrivati a incidere per oltre 20 ore al giorno sull’isola; sebbene il governo abbia da poco autorizzato le piccole e medie imprese a importare il petrolio tramite un accordo con Dipartimento del Tesoro statunitense, il prezzo al litro oggi nel mercato nero continua ad essere intorno agli 8 dollari. E, come detto, quando arrivano gli aiuti sull’isola è facile che restino fermi là dove sono sbarcati, perché non ci sono soldi né carburante per farli arrivare dove servirebbe. E' uno scenario che mai avevo visto. Una cosa però avevo già visto in passato, ed è quella che a volte mi fa fare un sorriso dolceamaro: i cubani riescono comunque a resistere: non so come facciano, ma continuano a farlo.