Per chi non avesse mai cominciato un libro dalla fine questo è il momento. Fatelo con "Lo sbilico" di Alcide Pierantozzi. Potreste poi ringraziare "fratello Alcide" per la sua nittitanza filologica; o restare scossi dalla cruda storia di "vicevita" ispirata alla e dalla poesia di Vincenzo Magrelli; o sospettare anche di tanto materiale psichico-sentimentale ostentato con bulimica sapienza sinonimiale. Ma, non potrete restare indifferenti. Almeno di fronte a un autore che sa far diventare "Letteratura" i suoi bipolarismo, autismo (sindrome di Asperger) e dissociazione dell'io.

Ogni tanto si dovrà far sosta da un vocabolario ma non si potrà più lasciare questo libro che, dice Pierantozzi, è "quasi come un diario di bordo della malattia e racconta la verità molto spesso alterata dai farmaci e dai miei scompensi emotivi".

E forse per descrivere questo lavoro - così pieno di corporeità, allucinazioni, umori che sembra di stare dentro un'opera di Jeronimo Bosch - bisognerebbe evitare proprio ogni aggettivo. Perché riuscire a dare la misura della realtà vista e vissuta da un umano che usa, o ha usato, Paroxetina, Depakin, Lamotrigina, Wellbutron, Aripiprazolo, Buproprione, e altro; oltre a cannabis, hashish, cocaina, LSD, alcol e altro, può farlo solo uno che sa esistere nel dissesto continuo tra mente, cervello, corpo. Superando di continuo la voglia catturante di suicidio. Questa opera contiene tutto quello che a volte abbiamo visto in altre persone e non capito, descrive quello che abbiamo intuito in altre persone e non voluto vedere. Trasforma il silenzio attorno agli animi fragili e sempre naufraghi in un canto infinito.