Reggio Emilia, 20 agosto 2026 – Le temperature record e le ondate di calore che stanno stringendo d’assedio il nord Italia non sono più un’anomalia estiva, ma una variabile con cui l’agroalimentare deve fare i conti. A risentirne, uno dei simboli dell’eccellenza emiliana: la filiera del Parmigiano Reggiano. Con termometri vicini ai quaranta gradi e uno stress termico che per le bovine da latte scatta già attorno ai venticinque gradi (in base all’umidità), gli animali riducono assunzione di cibo e ruminazione, determinando una contrazione della produzione di latte attorno al 10%, con picchi locali più severi.
Il sistema resiste
Nonostante l’impatto immediato, il sistema dimostra una solida capacità di tenuta, con circa 4 milioni di forme all’anno e un fatturato al consumo che sfiora i 4 miliardi di euro – trainato da un export superiore al 50%.
Per Nicola Bertinelli, presidente del Consorzio Parmigiano Reggiano: “La produzione non è attualmente a rischio, ma la crescente frequenza e intensità degli eventi estremi è motivo di preoccupazione. Nel lungo periodo queste condizioni potrebbero avere conseguenze economiche, sia attraverso minori rese in latte nel caldo estremo, sia attraverso maggiori costi di produzione, inclusi i foraggi”. In caso di stress termico gli animali riducono assunzione di cibo e ruminazione







