Siamo tutti felici su Facebook, tutti arrabbiati su Twitter, tutti in vacanza su Instagram, tutti professori e scienziati su TikTok ma tutti in cerca di lavoro su LinkedIn. Fino a poco tempo fa era facile ironizzare sui social network scattando questa istantanea post-sociologica. Era una morfologia spietata ma a suo modo raffinata: come il personaggio di Zelig di Woody Allen tendiamo a nasconderci nella folla per sentirci più sicuri. Anche quando quella folla diventa un branco e attacca.
Curiosamente abbiamo anche accettato la trama inversa de Il ritratto di Dorian Gray: è il nostro volto vero ad invecchiare mentre il ritratto — quello pubblicato sui social — ringiovanisce. Eppure, nonostante tutti i difetti segnalati, in quel teatro potevamo selezionare a quale tribù appartenere: se cercare lavoro o fare finta di essere in vacanza perennemente. Oggi una corrente trasversale sta appiattendo i social.
Prendiamo Twitter, nato con un cinguettio per informare e morto con Elon Musk che ci ha messo una «X» sopra e lo ha comprato solo per renderlo il giornale del suo ego (recentemente alla direttrice di The Economist, indispettita per le sue molte teorie cospirazioniste, ha detto di sentirsi un paladino della verità perché ha un grande seguito su X, più o meno quello che deve pensare il generale Vannacci durante i comizi con il suo popolo esultante). Facebook è a processo per «spaccio» di algoritmo tra i minori: il cambio di nome non gli è bastato. L’ultima vittima (di se stesso) è LinkedIn, diventato il cugino piccolo di TikTok e Instagram. Tutorial, meme e stories delle cose più inverosimili e bizzarre ingolfano una più pacata attività di chi vorrebbe partecipare a dibattiti legati alla propria professione. Sembra che parlare di ciò che si conosce stia passando di moda: il sogno dell’uno vale uno ha partorito il suo mostro collettivo. È la legge dell’algoritmo che prima ti seduce e poi non resiste alla tentazione di portare a termine il compito vero per cui è stato creato: farci perdere un sacco di tempo.








