L’accostamento di certo gli avrebbe fatto piacere: Francesco Guccini è stato la bottiglia di vino che gli adolescenti trafugano nottetempo dalla credenza dei genitori. Ci si avvicina per il gusto del proibito, «per le parolacce», come ha ammesso Fabri Fibra. Il primo sorso è quasi sempre “L’avvelenata” e ha il sapore «dell’uva rubata a un filare». Quando è uscita, nell’album “Via Paolo Fabbri 43”, erano gli anni Settanta e nei negozi di dischi di provincia se ne caldeggiava l’acquisto perché «questo non la finisce di imprecare». Ma quel piacere giovane di “essere contro” non è rimasto intrappolato tra i vinili impilati. Passato il tempo di una generazione, si è infilato nei cd da ascoltare durante un viaggio in macchina. È tornato scorrendo le dita sulla rotellina di un iPod nano. Fino a farsi spazio su una playlist di Spotify, account familiare. E man mano che ci si abbevera alla fonte di quel fiasco sgraffignato si resta sospesi in un universo di storie troppo quotidiane per non essere eterne.Delle opere che invecchiano si dice che sono figlie del loro tempo. Le canzoni di Guccini sono rimaste giovani e belle – come gli eroi – perché sono figlie del tempo. Portava l’orologio sul polso destro, quasi a volerlo scrutare da una prospettiva inedita per coglierne il mistero. A forza di nominarlo lo ha cancellato, col suo vocione ha sovrastato il ticchettio dei minuti. Così gli incontri, gli amori fuori posto, il disincanto della provincia, la rabbia per le ipocrisie, le domande consuete che non ammettono risposte semplici parlano con la stessa forza ai padri e ai figli, ai Van Loon e ai Culodritto. Si arricchiscono di sfumature a ogni tappa della vita. E non smettono di accompagnarla. La bottiglia, per magia, resta sempre piena.Per molte famiglie italiane Francesco Guccini è un tratto identitario, da tramandare per riconoscersi, come un naso pronunciato o una smorfia del viso. Negli omaggi che hanno inondato i social dopo la sua morte quasi tutti i giovani parlano dei loro genitori e di quando hanno iniziato a capire gli adulti. Nelle piazze che spontaneamente lo hanno celebrato, a Bologna, Milano, Roma, Pistoia, Savona, Genova, Varese, c’erano almeno tre generazioni, tutte degnamente rappresentate. Una congerie di mullet e teste canute che si sono ritrovate a cantare all’unisono. E poco importa se intonando “Farewell” qualcuno pensava a un amore estivo, dolce ricordo di vent’anni fa, e qualcun altro alla propria “situationship” del momento. Lo commettono tutti, prima o poi, il peccato «di creder speciale una storia normale». Non è una cosa scontata, nell’era degli algoritmi. I meccanismi che governano le nostre vite sono programmati per proporci contenuti sempre più sartoriali, ritagliati secondo le nostre preferenze. Il risultato sono bolle sempre più omogenee in cui l’età segna un confine invalicabile. Per bucarle, serviva una penna affilata come la spada di Cirano.La generazione Z è stata l’ultima in ordine di tempo a crescere ascoltando il Maestrone, ma come poche altre si è specchiata nei suoi testi. Guccini è stato il cantore del dubbio, del piacere che si prova nel sentirsi malinconici e della profondità che ci vuole per non prendersi sul serio. Chi è vissuto a cavallo tra una crisi e una pandemia, con vista su guerre, genocidi e disastri climatici, non può che trovare conforto nella sua ironia tragica. “Un altro giorno è andato” parla di una giovinezza scivolata via a colpi di lockdown; “Odysseus” suona moderna almeno quanto l’opera di Nolan; e “Noi non ci saremo” è un balsamo per l’ecoansia. La cattiva notizia è che, coi venti che tirano, i motivi per sentirsi in guerra col mondo, malinconici o disillusi non faranno che aumentare. Quella buona è che da qualche parte ci sarà sempre una bottiglia da rubare, di generazione in generazione.
Francesco Guccini, il più Gen Z tra i cantautori
I suoi versi siano stati capaci di parlare con la stessa forza a tante generazioni, anche in un’epoca in cui gli algoritmi fanno di tutto per allontanarle






