La composizione della popolazione studentesca straniera nei nostri atenei sta producendo, quasi senza che ce ne accorgiamo, un’inversione nella geografia di chi conosce davvero il sistema produttivo italiano. A leggerla correttamente, è un capitolo di politica industriale e di proiezione internazionale, non di cronaca universitaria. Esiste un fenomeno che l’Italia osserva da decenni senza interpretarlo per quello che è: la presenza straniera nelle proprie università. Lo si misura come dato di internazionalizzazione, lo si commenta come segno di attrattività, talvolta lo si teme come problema di sicurezza. Lo si è raramente letto come ciò che realmente è diventato: un meccanismo silenzioso che decide, una generazione alla volta, chi all’estero conoscerà l’Italia reale e chi continuerà a conoscerne soltanto l’immagine. La differenza non è estetica né accademica: ha conseguenze economiche, diplomatiche e identitarie che maturano lentamente e che proprio per questo sfuggono al dibattito pubblico.

I numeri e la loro evoluzione

Nell’anno accademico 2021/22 gli studenti stranieri negli atenei italiani erano circa centodiecimila, con quasi un terzo proveniente dall’Asia. Pochi anni sono bastati a modificarne sensibilmente la composizione. Secondo i dati del Ministero dell’Università e della Ricerca, nell’anno accademico 2023/2024 la comunità straniera più numerosa è quella iraniana, con 13.068 iscritti, seguita da turchi, cinesi e indiani. È un’evoluzione rapida: gli iraniani, in particolare, si sono pressoché quintuplicati a partire dal 2018, trainati da procedure consolari semplificate e da programmi di borse di studio. Non si tratta di un dettaglio statistico, ma di un riorientamento geografico della domanda di formazione superiore verso l’Italia. Questi studenti si concentrano dove ci si attenderebbe: La Sapienza di Roma, con oltre novemila stranieri, l’Università di Bologna, il Politecnico di Milano e il Politecnico di Torino. Sono esattamente le sedi dell’eccellenza scientifica, ingegneristica e del design. Il dato sui permessi di soggiorno per motivi di studio conferma la fisionomia del flusso: nel 2023 i più numerosi sono stati gli iraniani, poi cinesi, turchi, indiani e russi; gli statunitensi compaiono in coda, con poco più di mille permessi. È da questa apparente anomalia — i Paesi più distanti dall’Occidente atlantico in testa, gli alleati storici quasi assenti — che conviene partire.