Sul futuro dell’università italiana e, in parte, dell’intero Paese, pende una tripla ipoteca. Stiamo parlando della fuga all’estero dei nostri studenti, spesso verso un’altra meta europea, della limitata capacità di trattenere lungo la penisola i talenti stranieri e dell’inverno demografico, che si è già abbattuto sulle scuole e sta per farlo anche sugli atenei. Tre fenomeni spesso intercettati singolarmente dalle statistiche nazionali e internazionali ma che, se letti contemporaneamente, assumono tutto un altro valore nei ragionamenti ricorrenti sul capitale umano.

Il merito di averli rilanciati spetta al quinto rapporto dell’Osservatorio Meho sullo “University factor” (su cui si veda Il Sole 24 Ore di Lunedì 23 febbraio), che è stato presentato lunedì alla Statale di Milano. Dalla miriade di grafici e tabelle che accompagna lo studio - curato dal responsabile scientifico di Meho, Matteo Turri, insieme a Giovanni Barbato, Carlo Fiorio, Michele Meoli e Stefano Paleari - ce n’è uno che balza subito agli occhi. Ed è la mappa dell’Europa (pubblicata anche qui accanto) dalla quale emerge in maniera lampante la scarsa attrattività del nostro sistema di istruzione terziaria rispetto ai competitor più diretti. Nel 2023, più di 50mila universitari italiani hanno studiato in altri Paesi europei (11.870 in Germania , 10.496 in Francia, 9.460 in Austria, 6.424 in Spagna eccetera), a fronte di circa 18.500 loro coetanei europei che hanno fatto il percorso inverso. Uno squilibrio che denota, da un lato, una perdita di capitale umano verso l’estero e, dall’altro, una limitata capacità di attrazione del sistema italiano nell’ambito continentale.