“Far arrivare uno studente extra-europeo in Italia è incredibilmente complesso. La procedura per il visto è articolatissima, quasi un "dottorato" a sé. Ottenere un permesso di soggiorno, un codice fiscale, una residenza... è un gioco ad ostacoli anche solo per un anno. Siamo costretti a ricorrere ad agenzie esterne per agevolare questo processo per i nostri studenti. Assumere un professore straniero? È ancora più complicato”.
Sergio Terzi è associate dean per le Relazioni internazionali, di Polimi Graduate School of Management, la business school del Politecnico di Milano, dove oltre la metà degli studenti è internazionale e i docenti esteri supera il 20%. Mentre continua la battaglia di Trump con le università americane, molti paesi in Europa si sono detti pronti ad “accogliere” i cervelli in fuga. Eppure, sottolinea Terzi, per uno studente, un dottorando o un professore che viene dall’estero a studiare in Italia, la procedura non è poi così così priva di ostacoli.
La business school ha due campus, si insegna in inglese, le lezioni frontali sono alternate alla pratica, si respira un’area internazionale. Insomma, vi ispirate a un modello americano?
“L'America ha rappresentato il sogno accademico e un punto di riferimento per il modello formativo globale, specialmente nelle business school. Molti accreditamenti internazionali sono di stampo americano. Tuttavia, oggi questo modello sta soffrendo. Ho colleghi americani che vivono tagli di budget drastici e si sentono ‘assediati’”.








