L'internazionalizzazione della didattica non è più un elemento distintivo di pochi atenei né una semplice vetrina internazionale. È diventata una componente strutturale della qualità e della sostenibilità del sistema universitario italiano, soprattutto in un Paese che deve fare i conti con il progressivo calo della popolazione studentesca e con una competizione globale sempre più forte per attrarre talenti.Il Rapporto ANVUR 2026 fotografa un cambiamento che negli ultimi anni ha assunto dimensioni significative. Gli iscritti con titolo di accesso conseguito all'estero sono più che raddoppiati, passando da 52.493 nell'anno accademico 2018/19 a 111.566 nel 2024/25, con un'incidenza sul totale degli studenti cresciuta dal 3 al 5,4%. Nello stesso periodo gli ingressi di studenti internazionali nell'istruzione terziaria sono saliti da 54.855 a 106.450 e, soprattutto, il saldo tra studenti in entrata e in uscita si è ribaltato: da negativo (-19.055) è diventato positivo (+21.532). È il segnale che l'Italia non è più soltanto un Paese che esporta studenti, ma sta progressivamente acquisendo capacità di attrazione.

A cambiare non sono soltanto i flussi, ma anche l'offerta formativa. I corsi universitari sono aumentati da 4.750 a 5.648, mentre quelli erogati interamente o parzialmente in lingua straniera sono quasi raddoppiati, passando da 602 a 1.105 e rappresentando ormai quasi un quinto dell'offerta complessiva. Il fenomeno interessa soprattutto le lauree magistrali, che raccolgono quasi l'80% dei corsi internazionalizzati. È nella formazione avanzata, infatti, che la reputazione scientifica degli atenei, l'utilizzo dell'inglese accademico e la capacità di inserirsi nelle reti internazionali incidono maggiormente sulle scelte degli studenti.