Tuccio Musumeci, decano del teatro siciliano, si trasforma in una specie di eremita urbano: aria condizionata, televisione, un occhio inquieto alle previsioni meteo e l'altro all'eruzione dell'Etna («Ancora ietta cinniri? Bedda matri!»). Il ricordo che gli chiediamo di Pippo Baudo è l'occasione per tornare con la memoria a estati più fresche, trascorse con l'amico a farsi le ossa sui palchi degli oratori, inseguire l'alba nei night club e tentare la fortuna con le ballerine. Soprattutto Tuccio, perché Pippo - rivela l'attore - non era poi quel donnaiolo che è stato raccontato.
«Quand'eravamo ragazzi, nella Catania degli anni Cinquanta, c'erano ancora le case chiuse», spiega il maestro. «Eravamo tutti grandi frequentatori, tranne Pippo, perché suo padre, l'avvocato Giovanni Baudo, era un uomo molto rigoroso, che lo voleva a sua volta avvocato. Se l'avesse saputo, sarebbe successo l'inferno».
Al severo genitore, del resto, venivano taciute cose ben più gravi. «Facevamo lo spettacolo di nascosto, i costumi di scena li teneva la mia portinaia. Ricordo ancora quando Pippo compose la famosa canzone "Donna Rosa", a casa sua, in via Vittorio Emanuele, quasi all'angolo con via Plebiscito. Non lo sa quasi nessuno, ma la Rosa del testo era ispirata a una sua zia, che doveva essere una bella signora...».







