Doveva essere la guerra che avrebbe piegato e sconfitto definitivamente il terrorismo islamista di Al Qaeda e del suo fondatore, Osama bin Laden, e, allo stesso tempo, il primo capitolo di quella menzogna storica che gli Stati Uniti hanno definito “esportazione della democrazia“. La guerra in Afghanistan è durata venti anni, ma oggi ne sono passati esattamente cinque dal definitivo, frettoloso e disastroso ritiro delle truppe occidentali. Di quel Paese prospettato dalla politica americana, e non solo, nei giorni immediatamente successivi agli attentati dell’11 settembre non è rimasto, anzi non c’è mai stato, niente. Il potere è tornato in mano ai Taliban che lo detenevano prima dell’invasione delle truppe Nato a guida Usa, il Paese non ha conosciuto alcun progresso in termini di diritti umani, sociali, di sviluppo tecnologico, economico e infrastrutturale, lo Stato afghano rimane isolato rispetto al resto della comunità internazionale esattamente come 25 anni fa. E intanto la crisi economica ha ridotto la maggior parte della popolazione in una condizione di povertà estrema. A cercare di rimettere insieme i pezzi di un Paese in frantumi sono rimasti in pochi. Tra questi ci sono le organizzazioni umanitarie che continuano a dare assistenza alla popolazione. Ilfattoquotidiano.it ha quindi chiesto a Eleonora Colpo, Field coordinator di Emergency che ha lavorato nel Paese fin dal 2019, quale sia l’eredità lasciata dall’intervento occidentale e come si vive, oggi, nel nuovo Paese dei Taliban.
5 anni dal ritiro Usa dall'Afghanistan: paese ancora in ginocchio
Cinque anni dopo il ritiro occidentale, l'Afghanistan dei Taliban è ancora in crisi. Emergency racconta la realtà sul campo.











