di
Gaia Piccardi
Dagli infortuni alle lacrime per l'inno di Mameli, la neocampionessa del salto triplo agli Europei si racconta: «A farmi tornare all’atletica è stata la fiamma che dentro di me non si è mai spenta»
DALLA NOSTRA INVIATABIRMINGHAM - Ci sono medaglie che raccontano storie che la pedana del salto triplo fa fatica a contenere e che spiegano l’Italia, nel bene e nel male, più di un trattato di sociologia o di mille leggi. Dariya Derkach è nata a Vinnycja, oblast' omonimo, Ucraina, 33 anni fa, vive tra Campania e Lazio da quando ne aveva nove, ma ne ha aspettati undici per ottenere la cittadinanza. Come Penelope, i suoi Ulisse sono stati il passaporto e l’oro conquistato giovedì sera a Birmingham, suo sesto Campionato europeo, con un salto che è stato nulla, in confronto a quelli cha ha fatto sul podio, con il tricolore addosso e l’inno di Mameli nelle orecchie.
Quanta pazienza ci è voluta, Dariya?«Non è stata una scelta, ma una necessità. Prima la maggiore età, poi gli anni di residenza. Ho dovuto resistere».













