dalla nostra inviata
CORTINA D’AMPEZZO (BELLUNO) - Progetti per il futuro: non sottovalutare le conseguenze dell’onore. L’altro lato della doppia medaglia è l’onere e la ragazza d’oro sta reggendo il peso. «Tutte e due insieme sono un chilo, mi hanno causato un’irritazione al collo…», autoironizza Federica Brignone, infilando la cascata di ricci nei nastri del duplice trionfo in SuperG e Gigante, mentre racconta la sua prima notte da campionessa-bis: «Avrei voluto andare a fare baldoria a Casa Austria, ma non ce l'ho fatta perché ero stravolta. L'idea di fare altre interviste e altre foto mi faceva venire il vomito, quindi mi sono ritirata in hotel con i miei amici. Stamattina quando mi sono svegliata, ho proprio pensato: ma come cacchio è potuto succedere tutto questo?». Stanchezza e incredulità. «Grazie Tigre», è però l’accoglienza che il Coni le riserva a Casa Italia, sicché ecco subito la zampata felina: «Non volevo chiudere la mia carriera con un incidente che mi aveva rovinato tutto. Ho deciso di tornare perché era una sfida impossibile: se fosse stata facile, non mi avrebbe motivata così tanto».
Ma sotto il sorriso per il successo c’è una smorfia di dolore, prontamente tamponato con uno scatolone su cui appoggiare la gamba sinistra («Non va tanto bene stamattina, non ho avuto tempo di fare cure e ghiaccio»), a ricordarle che sono trascorsi appena dieci mesi dall’infortunio. «La mia fortuna e la mia forza – confida Brignone – sono state la capacità di accettare immediatamente quanto era successo, di guardare già avanti, di rimanere estremamente positiva, insieme alle persone che lavorano non per me ma con me: siamo tutti parte di qualcosa, vinciamo e perdiamo insieme». Uno spirito di squadra che la porta ad empatizzare con Lindsey Vonn: «Ogni tanto mi chiedevo se le mancasse qualche rotella... Ma vedendo cosa è successo a me, penso che sia meglio fallire per averci provato, che non provare».












