Ha scelto di sfidare l’impossibile e ha vinto lei. Federica Brignone lo ha sempre saputo, fin da quando la vita l’ha messa di fronte alla prova più difficile, il 3 aprile di un anno fa: «Se non fosse stata una cosa impossibile, forse non sarei più tornata dopo l’infortunio». In questa frase c’è il senso di un’impresa che non appartiene solo alla sfera sportiva, ma umana. Il doppio oro in SuperG e in Gigante ai Giochi Olimpici ha ridefinito e cambiato la percezione del limite.
Il ritorno in gara, dopo un infortunio al piatto tibiale, al perone e al legamento crociato della gamba sinistra, aveva già il peso specifico di un evento straordinario. Fregiarsi del doppio allora olimpico ha solleticato il palato degli Dei dello sport che hanno visto di cosa è capace la forza di volontà, applicata ai mortali. Probabilmente la storia più emozionante di questi Giochi, di sicuro quella che coinvolto tutti e che magari avrà bagnato il viso con una lacrima anche a chi, di solito, tende a restare insensibile allo sport e forse anche alla vita. Eppure tutto questo ha avuto un prezzo. Magari troppo alto anche per lei; e non parliamo del solo recupero sportivo, ma un infortunio del genere, condiziona per la vita, che va oltre le medaglie, oltre la competizione sportiva e che afferisce alla sfera di Federica donna, oltre che a quella di Brignone campionessa.







