"Arturo Bandini era certo che non sarebbe andato all’inferno, quando fosse morto. Quanto ai dieci comandamenti, li aveva infranti tutti”.Estate 2026, tempo di riletture. Occasione per riprendere in mano tutto l’Arturo Bandini di John Fante, splendido americano d’Abruzzo che, attraverso un alter ego di fama planetaria – la si deve a Charles Bukowski, che ne determinò il ripescaggio dai sargassi dell’oblio – ha dato forma a una saga in quattro movimenti: Aspetta primavera Bandini, La strada per Los Angeles, Chiedi alla polvere, Sogni di Bunker Hill.Rileggere tutto e vedere in evidenza, disteso come su un vassoio, tutto ciò che manca alla maggior parte della narrativa contemporanea. E quel che ci stiamo disabituando a pretendere anche come lettori. Spoiler: la vita al posto del comizio, grazie. E adesso ricominciamo da capo.Chi è Arturo Bandini? Una leggenda. L’aspirante che è in ognuno di noi. L’aspirante che è egli stesso, giovane italoamericano del Colorado plasmato da una famiglia arciitaliana. “Un condottiero”, lo definì Sandro Veronesi in un’introduzione inevitabilmente piena di punti esclamativi per l’edizione Einaudi di La strada per Los Angeles. Inevitabilmente: perché? Perché Arturo Bandini è vivo! Ed è uno che, vivamente, afferma. E’ anche uno che, altrettanto vivamente, nega. E’ sicuro, fin da quando ha quattordici anni, che non gli toccheranno le fiamme eterne, eppure non sembra averne i requisiti – per lo meno, così confessa in Aspetta primavera Bandini. Arturo, del resto, è uno che i requisiti non li ha mai. Ma declama e proclama. Per esempio, di essere un grande scrittore. Però ha scritto un solo racconto dal titolo “Il cagnolino rise”, in cui, per bocca sua, sappiamo che non si parla di un cane e nessuno ride. Arturo è un esperto di culi femminili (qui sì, ha i requisiti: si legga Sogni di Bunker Hill). Ed è uno che, per tutto un romanzo, insegue un romanzo da scrivere e una donna perdutissima – la Camilla Lopez di Chiedi alla polvere.Arturo Bandini entra in scena quattordicenne nel primo romanzo che lo riguarda e la abbandona più che ventenne nell’ultimo. E’ sempre in flagranza di apprendistato, di lotta con la vita. La sua essenza, sostanzialmente, è proprio questa: Arturo Bandini è la vita, punto esclamativo. Non è un ragionamento sulla vita. Non è un personaggio a forma di domanda. Bandini è quel che significa esser vivo e basta, e lo è tanto che rischia spesso di esser travolto ma alla fine no, non cede, resiste petto in fuori, fallisce e ci riprova, perché è uno che alla vita si abbandona e si oppone, uno che ama e odia, insegue e aspetta. E lo fa sempre, lungo tutta questa falsa tetralogia che lo vede in azione. E diciamo falsa perché, più che altro, è una sistematizzazione editoriale. Non è stata scritta nemmeno in ordine cronologico: tra il primo volume (La strada per Los Angeles, scritto nel 1936, rifiutato e pubblicato cinquant’anni dopo quando Fante era morto da un paio d’anni) e l’ultimo (Sogni di Bunker Hill, dettato alla moglie nel 1981, Fante ormai cieco e amputato delle gambe causa diabete) sono passati quarantacinque anni. Aspetta primavera, Bandini – in cui si parla di Arturo quindicenne, ancora poca hybris ma già grande attrito col mondo – viene pubblicato nel 1938. Chiedi alla polvere, il romanzo dell’amore impossibile di un Arturo ventenne, l’anno dopo. Fenomenali le sue prime tre pagine, in cui Arturo deve abbandonare una laida camera di motel in California, ci dorme su, poi si sveglia e vagabonda. Subito la maestria di Fante si srotola in purezza: Bandini si alza, fa le flessioni, esce a prendersi un caffé, va al solito ristorante, fuma due sigarette, legge i cartelloni coi risultati dell’American League, pensa a Joe DiMaggio, si piazza in mezzo alla strada e batte una palla davanti a un immaginario lanciatore, fa un punto, si avvia lungo Olive street e ce la fa vedere tutta ripensando a due amici di Detroit che vivevano lì, a un paio di gambe femminili, all’uomo dell’ascensore, a una sera alla Filarmonica, poi sogna davanti al Biltmore hotel e si incanta davanti a una vetrina piena di pipe fumandole tutte, immaginando di essere un grande scrittore.Libertà narrativa e nessuna psicologia da dilettante. Solo guardare la vita senza mai giudicarla. E personaggi, cioè creature piene di sangue e contraddizioni, non braccia armate di concetti da dimostrare. Evviva John Fante e la sua letteratura impudica, libera e piena di vita: la nostra, per fortuna, non solo quella di chi scrive.
John Fante, o la letteratura libera e impudica
Estate 2026, tempo di riletture. Non aspettate primavera per ritrovare Bandini e la sua lotta con la vita






