Un'omelia pronunciata all'alba, come da tradizione, nella basilica di Santa Maria a Pugliano. E parole che suonano come un monito, quelle dette ieri dal vescovo di Acerra Antonio Di Donna in occasione chiusura della novena in onore della Madonna Assunta, patrona della città degli Scavi, alla vigilia di Ferragosto. «Non si vive di rendita»: un'espressione secca, quasi un ammonimento pronunciato in punta di Vangelo, con cui il presule, ercolanese di nascita prima ancora che pastore per nomina, ha voluto ricordare che nessuna città possa illudersi di restare libera una volta per tutte: «la libertà», per Di Donna, «è un bene che si paga ogni giorno, mai una volta per sempre».

Il vescovo ha intrecciato, come consuetudine vuole a Ercolano, il calendario liturgico a quello civile: il 15 agosto viene celebrato il mistero mariano insieme alla memoria della liberazione dalla soggezione baronale del 1699, e da vent'anni anche quella dal giogo dei clan, quando il cosiddetto modello Ercolano portò decine di imprenditori a denunciare il racket, dopo una stagione, tra il 2003 e il 2009, in cui gli omicidi legati alla camorra e alle estorsioni arrivarono a sfiorare quota sessanta. Ed è intorno a questo secondo affrancamento che Di Donna ha costruito il cuore dell'omelia, richiamando la testimonianza di San Massimiliano Kolbe e citando Paolo Borsellino, per il quale la lotta alla mafia doveva essere impresa culturale e morale prima ancora che repressiva. LE FERITE Il vescovo si è quindi rivolto direttamente a chi oggi amministra la città, la sindaca Antonietta Garzia, seduta in prima fila con alcuni componenti della giunta, lasciando loro un consiglio che suona quasi come un programma di governo: «meglio una riunione in meno e un incontro con i cittadini in più». Un adagio che a Ercolano veniva spesso citato da Nino Daniele, tornato in città come componente del pool della legalità voluto dalla nuova amministrazione. Parole che intendono sottolineare che l'ascolto dei cittadini resta da sempre l'unico argine all'autoreferenzialità del potere locale. Il monito arriva a poche settimane da una vicenda che a Ercolano ha riaperto ferite che si credevano rimarginate. A metà luglio un video ha mostrato il segretario cittadino del Pd Antonello Cozzolino e il consigliere comunale neoeletto Marco Cozzolino festeggiare il successo delle amministrative in compagnia di Natale Suarino, pregiudicato in passato ritenuto vicino a un clan camorristico. Le immagini hanno provocato una reazione immediata: Cozzolino si è autosospeso dal partito, mentre i segretari regionale e provinciale del Pd, Piero De Luca e Francesco Dinacci, hanno commissariato il circolo cittadino. Anche la sindaca Garzia ha ricordato nei giorni scorsi come chi ricopra ruoli pubblici debba garantire comportamenti trasparenti e inequivocabili, un principio che ieri, in basilica, sembrava riecheggiare nelle parole del vescovo senza che questi avesse bisogno di nominare la vicenda. Da presidente della Conferenza episcopale campana, Di Donna insiste del resto da tempo perché i cattolici escano da quella che definisce una condizione di latitanza sul fronte pubblico, sollecitando chi siede nelle istituzioni, in particolare in Regione, a tradurre in scelte concrete i principi della dottrina sociale della Chiesa, invece di limitarsi a rivendicarne l'appartenenza nei discorsi di circostanza. Anche i vescovi campani, riuniti di recente in un appello congiunto, hanno chiesto a chi fa politica, specialmente a chi ricopre incarichi istituzionali, di tradurre l'appartenenza cristiana in atti concreti, oltre le dichiarazioni di principio. Un appello che a Ercolano trova nella parola fiducia, evocata più volte nell'omelia, il proprio fondamento: fiducia tra i cittadini, e tra i cittadini e chi li amministra, senza la quale ogni modello di legalità rischia di ridursi, appunto, a una rendita di posizione. E forse non è un caso che Di Donna abbia scelto l'alba per pronunciare queste parole: l'ora in cui la luce comincia a rivendicare il proprio spazio è la stessa, da sempre, in cui una comunità può scegliere se continuare a vigilare o lasciarsi sorprendere dal buio.