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Roberta Scorranese

Nella sua cucina-museo: «Paolo Villaggio mi venne a prendere in barca senza bussola: non so come tornammo»

Nella casa romana di Renzo Arbore, dalle parti della Camilluccia, la musica non c’è, e in fondo non ce n’è bisogno: un concerto di colori accesi suona ora l’acuto del fucsia, ora il basso del blu. Migliaia di pupazzi, finti orologi, borsette in plastica, dischi rari e una bizzarra collezione di scatolette alimentari da ogni parte del mondo, raccontano «il principe della leggerezza» molto più di una canzone.

«Lumache in umido», annuncia l’89enne padrone di casa, elegante e sottile mentre si dirige verso un bancone da cucina addobbato con frutta finta coloratissima. «Mangiamo qui, in fondo io sono quello che dal 1937 razzola nell’inconsueto». Da quando nacque a Foggia da papà medico, che nel 1943 radunò la famiglia e i parenti e fuggirono a Francavilla al Mare. «Giocavo nella piazzetta quando alla radio sentii la voce di Badoglio che annunciava l’armistizio», racconta. Poi la fuga a Lanciano, «dove requisimmo un famoso ristorante. Dormivamo nel refettorio, quando papà venne catturato dai tedeschi». Ma rilasciato quasi subito: Giulio Arbore era il direttore del tubercolosario di Foggia, temevano qualche contagio. Prima delle lumache, gamberetti con insalata. La «tata» Marides porta ottimi succhi di frutta. «Ricordo ancora i tedeschi che se ne andavano e gli americani che arrivavano».