Chissà come sarebbe stata la tv senza Renzo Arbore, colui che l’ha rivoluzionata, stravolta, celebrata, sempre sotto la lente dell’ironia intelligente. Già, perché l’artista foggiano che sul suo personale biglietto da visita, sullo sfondo di New York, ha fatto scrivere semplicemente ’clarinettista jazz’, rispetto a tutti gli altri, ha sempre cercato di essere qualcosa d’altro. Musicista, anchorman, conduttore, attore, crooner, talent-scout: ha attraversato tutto lo scibile dello spettacolo con genio, leggerezza e improvvisazione. Meridionale doc (nato a Foggia nel 1937), romano d’adozione, il più illustre ambasciatore della canzone napoletana (con la sua Orchestra Italiana, in 30 anni, 1600 concerti in tutto il mondo) dalla sua casa romana ("quest’estate niente vacanze"), ci confessa che si sente un "emiliano romagnolo ad honorem".

"I miei nipoti, figli di una mia sorella che non c’è più, vivono ancora a Bologna. Un ramo della mia famiglia è bolognese. Nonna Bianca, che aveva una sorella di nome Nera, perché gli emiliani sono bizzarri nel dare i nomi... era bolognese! Così, grazie a lei, sono cresciuto anche con le tagliatelle e le crescentine. I primi ricordi d’infanzia, sono invece legati alla Romagna. Destinazione: Riccione. Partivamo da Foggia, con quattordici bauli, con il treno accelerato delle otto di sera. Si arrivava in Romagna alle quattordici. Sono ricordi carichi di affetto e di tenerezza. Soggiornavano in una villetta in viale Gramsci, vicino all’hotel Corallo. Le nuotate, la spesa dalla Ersilia, il negozietto di alimentari dove si mangiavano le patatine fritte. Da allora, in Romagna, non ho mai smesso di andarci. Avevo cinque anni quando sulle spalle di mio papà, tutto vestito di bianco, davanti alla villa di Mussolini, dove ogni tanto si affacciava per salutare la folla, vidi proprio lui, il duce in persona".