Nonostante la sua bravura riconosciuta dalla dirigenza del «Mattino», nel 1954 si trasferisce a Roma prima di essere assunta all’«Europeo» e passare, quindi, alla redazione di Milano. La dirigenza del «Mattino» non gradiva più il giornalismo di Oriana, uno stile troppo indipendente. Ma in realtà la direzione voleva un giornalista al solo servizio dei fatti e che doveva evitare di porre se stesso in primo piano. Uno stile questo nel quale era impossibile farci entrare Oriana. Impossibile era sacrificare lo stile di Oriana a quanto volevano i suoi direttori: Oriana non si è mai accontentata della semplice osservazione dei fatti, ma andava alla ricerca profonda di ciò che muoveva la realtà o i personaggi che intervistava. Non si può pretendere che Oriana ammorbidisse i suoi toni; la sua intelligenza creativa e il suo carattere volitivo la rendevano impermeabile ai richiami dei suoi direttori. Il suo temperamento grintoso era il risultato delle sue precoci esperienze della guerra di liberazione e soprattutto della sua viva formazione culturale.

Un temperamento che è stato necessario per farsi strada in un mondo ritagliato quasi tutto al maschile. E come spesso accade quando termina un’esperienza lavorativa, Oriana a chi le domandava le cause del suo licenziamento era solita rispondere in modo lapidario: «Finì come doveva finire». Quando i suoi direttori non si trovavano d’accordo con lei su troppi punti, lei non era solita “implorare” nessuno a tenerla. Oriana era tutt’altro che democristiana, fu iscritta solo al Partito d’Azione e a nessun altro partito; nessuno poteva chiedere ad Oriana ciò che non era disposta ad essere, non poteva mai essere una pennivendola come tanti di quei giornalisti che ancora oggi sono tenuti a scrivere le cose per cui sono pagati. Infatti, un giorno così replicò ad uno dei direttori per cui lavorava, Cristiano Ridomi: «[…] prima di diventare una pennivendola sarei morta di fame, e subito mi licenziò» (Solo io posso scrivere la mia storia, p. 48).