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C’è un significato ancora più profondo nel messaggio che la Vara consegna a Messina nel giorno dell’Assunta. In un anno che celebra il centenario della ripresa della storica processione del 15 agosto, la città si trova a vivere un tempo segnato dal dolore e dal lutto. Ed è da questa contraddizione che il cappellano padre Antonello Angemi invita a rileggere il senso della festa: «In un momento così doloroso per la città, siamo chiamati a riscoprire l’essenziale: la Vara non è soltanto una manifestazione della tradizione messinese, ma soprattutto un segno di fede e di speranza, perché anche dal dolore si può rinascere», afferma il sacerdote. La Vara, dunque, non è soltanto folklore, tradizione o spettacolo.La sua dimensione più autentica, secondo Angemi, è quella religiosa: «Quest’anno siamo chiamati soprattutto all’essenziale, sottolinea, racchiuso proprio nel mistero dell’Assunzione: anche quando facciamo esperienza della morte, sappiamo che essa non ha mai l’ultima parola. L’ultima parola è quella di Cristo, ed è la parola della vita». La morte, però, non si presenta nella vita di tutti allo stesso modo: «Ognuno di noi fa esperienza di morte – prosegue Angemi – c’è chi attraverso il lutto, chi con la sofferenza o la malattia, chi con la solitudine, i fallimenti, le delusioni, paure, fragilità e frustrazioni. Sono esperienze diverse, ma tutte ci mettono di fronte al limite e, in qualche modo, alla sensazione che la morte possa avere il sopravvento». Un messaggio particolarmente significativo per Messina, che ancora una volta si trova a fare i conti con il dolore e lo smarrimento. Il riferimento è alle recenti tragedie che hanno colpito la comunità, in particolare la morte di Giulia Scimone che il sacerdote ha visto crescere in parrocchia a Ganzirri, le altre vittime della strada, della violenza di genere e quelle della tragedia di Pistunina.