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Il rito collettivo, in cui sacro e profano trovano una simbiosi quasi metafisica, che si ripeterà oggi pomeriggio era già nato con la definizione di edizione storica. La “Vara della rinascita” lo slogan scelto, perché legato al centenario dall’edizione che, effettivamente, rappresentò una rinascita, quella del 1926, la prima dopo la lunghissima interruzione dovuta al terremoto del 1908. Il filo rosso che unisce le pagine di storia di questa città ha voluto che anche quella di quest’anno sia una Vara chiamata a rappresentare una rinascita necessaria, sebbene dolorosa, perché dolorosa e fin troppo recente è la ferita che la comunità ha sofferto e soffre dal 30 luglio scorso.

E se cento anni fa ci si metteva finalmente alle spalle le macerie del catastrofico sisma che cambiò per sempre pelle e anima di Messina, quest’anno è ancora presto per riuscire a mettersi alle spalle altre macerie, quelle più ridimensionate ma non per questo meno portatrici di lacrime e turbamento della tragedia di Pistunina. Una tragedia che ha tenuto incollata una comunità intera alla tv, ai telefonini e alle pagine di giornale per giorni, seguendo l’evolversi di una sempre più disperata e insperata ricerca di qualcuno, di qualcosa, di identità da svelare tra i rottami e la polvere di una palazzina sbriciolatasi come in un terremoto, ma senza un terremoto, nei giorni più caldi dell’estate più calda, resi ancora più insopportabilmente torridi da quell’infernale incendio covante sotto i detriti, auto alimentato come in una sorta di crudele sortilegio.