Silvia, Office Manager in una startup di Bristol, rischia il rimpatrio per aver compilato da sola i documenti del suo visto lavorativo (come prevedeva la sua mansione). Lo sfogo: «Ho rispettato ogni regola, mi cacciano». Finora ha speso 6mila euro in avvocati
Un banale cortocircuito burocratico che si trasforma in un vero e proprio incubo. È la storia di Silvia, 26enne italiana che, dopo aver costruito con successo la propria vita nel Regno Unito, ora si ritrova con le valigie in mano, considerata a tutti gli effetti un’immigrata irregolare. La sua colpa? Aver gestito una pratica, la sua, per conto della sua stessa azienda, come peraltro richiedeva la sua mansione. Un paradosso che mette a nudo tutte le falle del farraginoso sistema di visti britannico entrato in vigore nell’era post-Brexit.
Il visto
Dopo essersi laureata a pieni voti all’università Iulm di Milano, nel 2023 si trasferisce a Bristol per frequentare un master. L’ingresso avviene con un visto studentesco, prolungato poi grazie al graduate visa, il permesso che concede ai neolaureati due anni di tempo per inserirsi nel mercato del lavoro britannico. Passaggio che arriva l’anno scorso, quando viene assunta da una startup tecnologica locale. Alla scadenza del visto, all’inizio del 2024, la società decide di sponsorizzarla per permetterle di ottenere il visto lavorativo definitivo. Ed è qui che scatta la trappola.






