Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiIl diritto all'informazione e alla comunicazione per le persone recluse esiste sulla carta, ma nella quotidianità penitenziaria si scontra con una profonda spaccatura temporale e culturale. La tv a canali limitati e i giornali in ritardo non bastano più a garantire un legame con la realtà. Si crea così un divario che rischia di vanificare la tutela del diritto all'informazione e alla libertà di espressione sancita dall'articolo 21 della Costituzione.

Resistenza ideologica e tecnologia nelle carceri

A bloccare l'adeguamento delle carceri non sono solo i vincoli di bilancio, ma una vera e propria resistenza ideologica. L'amministrazione penitenziaria tende infatti a percepire la tecnologia come una minaccia costante alla sicurezza, anziché come un'alleata del percorso di reinserimento. A denunciarlo è Daniela De Robert, giornalista ed ex componente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale: «Il DAP ha il sacro terrore delle tecnologie: la tecnologia è vista come un nemico pericolosissimo».

L'esempio più evidente è la storia delle videochiamate. Prima del Covid-19, l'uso di Skype per i colloqui familiari veniva negato anche di fronte a situazioni dal forte valore umano ed educativo, come consentire a una madre di aiutare la figlia nei compiti. «Ci è voluto il Covid. Con il Covid, all'improvviso hanno dovuto» racconta De Robert. L'emergenza ha dimostrato che la tecnologia non comprometteva la sicurezza, ma riduceva le tensioni interne. Eppure, superata la crisi acuta, la spinta è stata quella di tornare indietro, guidata da un rinnovato securitarismo.