Un convegno in Regione chiede più digitale in cella
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Un podcast autoprodotto in carcere dalle persone ristrette. Questo il progetto presentato durante il convegno "La connessione sospesa: evoluzione della comunicazione penitenziaria nell'era digitale, tra diritti e sicurezza", promosso da Veronica Cella, componente del Corecom Lombardia. "Lo scopo - si legge in una nota - è aprire il mondo carcerario all'uso delle tecnologie, superando l'analfabetismo digitale, riannodando, attraverso la comunicazione digitale, i legami tra carcere e società civile e coniugando esigenze di sicurezza, diritto all'affettività e reinserimento sociale dei detenuti una volta scontata la pena".Nei saluti istituzionali il presidente del Consiglio regionale Federico Romani, ha sottolineato come "vivendo in un'epoca in cui la comunicazione digitale ha trasformato profondamente le nostre vite, sarebbe irrealistico immaginare che il mondo penitenziario possa restare estraneo a questo cambiamento". Introducendo il dibattito, l'avvocato Cella ha spiegato che "l'isolamento tecnologico è diventato una forma di esclusione sociale totale: è quindi fondamentale capire come muoversi. Il tema del convegno tocca un nervo scoperto: la necessità di conciliare e stabilire un delicato equilibrio tra la funzione rieducativa della pena e il diritto all'affettività, mantenendo i contatti e le relazioni affettive con l'esterno". Dall'avvocato Eligio Marazzoli la proposta, dopo l'introduzione delle videochiamate in carcere durante il Covid, consentendo "le videochiamate tramite Skype, WhatsApp o Teams". Inoltre, aggiunge, "si potrebbe ipotizzare un'apertura verso l'utilizzo di Internet, in modo mirato, vigilato e controllato, limitatamente ai siti istituzionali, educativi o a quelli utili per il reinserimento familiare e sociale del detenuto". Tema ribadito da Alessia Villa (FdI), presidente della "Commissione speciale Tutela dei diritti delle persone private della libertà personale" che ha sottolineato la necessità di proseguire sulla digitalizzazione in carcere avviata durante la pandemia. "È evidente che non serve solo per avvicinare il detenuto al familiare, ma è importante anche per la loro formazione e per il loro reinserimento lavorativo".






