Facciamo un passo indietro, torniamo a un anno fa: che cosa avete provato quando vi hanno comunicato dello scambio di ovociti? «È stato devastante e lo è tuttora. Quando abbiamo scoperto lo scambio di embrione, siamo finiti in un vortice di emozioni, che facciamo ancora fatica a superare. Una rabbia enorme, poi unita a tanta frustrazione». Torna indietro alla comunicazione di un anno fa, il padre della piccola data alla luce dopo uno scambio di provette. Assistito dall’avvocato Francesco Petruzzi, accetta di parlare con Il Mattino, anche alla luce del pezzo scritto un anno fa da questo giornale, sulla chiusura del centro di fecondazione assistita del San Paolo. Ha sporto denuncia ed è in attesa degli sviluppi di una inchiesta condotta dal pm Stella Castaldo.
Qual è la domanda che l’assilla di più? «Voglio fare una premessa, che mi sembra doverosa: io e mia moglie non abbiamo avuto un attimo di esitazione nel riconoscere nostra figlia, che è e resta nostra figlia, perché è stata nove mesi in grembo ed è stata attesa con amore. Ma abbiamo il diritto di sapere. La domanda più dolorosa riguarda i nostri embrioni. Tramite il centro di fecondazione assistita ne abbiamo prodotti cinque, sono stati crioconservati. Il primo impianto ci ha dato nostro figlio primogenito, poi è arrivata nostra figlia, grazie a un impianto di un ovocita che è frutto dell’unione di altre due persone». Dunque? «Ci chiediamo: i nostri embrioni che fine hanno fatto? Nessuno ci ha dato risposte, all’indomani della decisione di chiudere quel centro, con l’avvio delle indagini, nessuno sa cosa sia accaduto dopo. Mi chiedo: sono stati impiantati in altre coppie? Hanno reso possibile altre vite? Abbiamo il diritto di saperlo?». Cosa farebbe se avesse delle risposte circa altre fecondazioni riuscite tramite i vostri ovociti? «Il pensiero che ci tormenta è che un bimbo (con il nostro corredo biologico) sia cresciuto e viva in altre famiglie, con altri genitori». Cosa chiederebbe di fare se scoprisse che le cose sono andate in questo modo? «Sentirei il bisogno di incontrarlo, di guardarlo negli occhi. Vorrei sapere se sta bene, se esiste, qual è il suo carattere. Ripeto un punto: sentirei il bisogno di incontrarlo, certo non per portarlo via ai genitori, alla sua famiglia, perché sono certo che i genitori sono coloro che crescono un bambino. Ma è ovvio che questi pensieri non ci fanno stare bene, siamo al centro di un vortice di emozioni». Intanto, c’è una inchiesta in corso. «Aspettiamo gli sviluppi. Chiediamo chiarezza, è un nostro diritto. Vogliamo sapere quali sono gli esiti della indagine interna all’ospedale San Paolo, ma anche che tipo di verifiche e di ricostruzioni stanno svolgendo i carabinieri del Nas, per conto della Procura di Napoli». Come vi sentite adesso? «Come se avessimo perso tre o quattro figli, abbiamo subìto una atrocità indescrivibile».











