Prima ha negato, poi ha ammesso, infine ha corretto se stesso mentre parlava. Nel caso dell’attentato a Sigfrido Ranucci, la nuova versione di Valter Lavitola non alleggerisce il mistero: lo rende più fitto, perché alla confessione affianca cautele, retromarce e un’ombra gettata sulla possibile consapevolezza successiva della vittima.
Valter Lavitola avrebbe ammesso il proprio ruolo nell’attentato contro Sigfrido Ranucci, ma lo avrebbe fatto dentro una narrazione che insieme riconosce, minimizza, arretra e lascia aperti varchi interpretativi. Una confessione, dunque, che non chiude il caso: semmai lo complica. Prima ha escluso ogni responsabilità di Ranucci, poi ha precisato di «non poter escludere» che il conduttore, dopo l'attentato, avesse capito che dietro quanto successo c'era lui, Lavitola.
È su questo crinale che si muovono ora gli inquirenti. Perché il fascicolo nasce da un fatto di estrema gravità: la sera del 16 ottobre 2025, a Pomezia, un ordigno esplose davanti all’abitazione del conduttore di Report, distruggendo due auto e danneggiando il muro di cinta, in un contesto urbano che, secondo i Carabinieri, mise in pericolo anche la pubblica incolumità. Le indagini hanno portato prima alle misure cautelari per quattro presunti esecutori materiali, poi all’iscrizione di Lavitola come presunto mandante.











