di Fabrizio Roncone

Centocinquant’anni di vacanza: dall’avvento del turismo di massa secondo Montanelli al Ferragosto milanese di Buzzati, passando per le pagine di Moravia. Le estati vecchie e nuove nel numero speciale di 7

È l’estate dei condizionatori sempre accesi, dei bombardieri in volo, della politica italiana che si surriscalda tra pericolose scintille. È la nostra estate rovente. A suo modo, già indimenticabile. E molto diversa dalle altre che troverete raccontate nelle pagine seguenti dalle più prestigiose firme del Corriere, in una serie di articoli e reportage scritti negli ultimi 150 anni.

Che poi: tutti noi continuiamo a chiamarla estate per convenzione, abitudine, destino. La verità è che siamo finiti dentro qualcosa di clamorosamente diverso, una stagione inedita che stiamo attraversando tra stupore e fatica, ripetendoci che fa caldo, mai sentito un caldo così. È il mantra, semplice e struggente, con cui iniziamo le telefonate, con cui entriamo nei bar, in ufficio, in ascensore, con cui arriviamo in spiaggia. Abbiamo scoperto che il vero significato del concetto di felicità è racchiuso in due parole: aria condizionata. Nelle case, chi ce l’ha, s’addormenta e si sveglia coccolato dal dolce ronzio, incurante delle narici secche e della tremenda bolletta che arriverà. Chi non ce l’ha, spalanca le finestre, l’asciugamano al collo, infila la testa nel frigorifero. A migliaia finiscono nei pronto soccorso. Mezzi stecchiti dai colpi di calore, certi disidratati. Gli anziani, barricati nella penombra, seduti in poltrona, sono i veri eroi di questa nostra estate così nuova e pazza, inattesa, tremenda e, appunto, bollente.