Gli Squallor si muovevano sulla linea di confine fra trash, cattivo gusto e surrealismo. Quel minestrone sonoro cucinato da un supergruppo semiclandestino che nascondeva in realtà quattro autori celebrati della canzone italiana – Daniele Pace, Totò Savio, Giancarlo Bigazzi e Alfredo Cerruti, col suo vocione basso inconfondibile a scandire testi non sense e volgarissimi – raggiungeva picchi di divertimento puro, al punto da farne una cult band i cui echi sono giunti fino ai giorni nostri. Anche perché il figlio di uno dei fondatori, Attilio Pace, contribuisce a tenerne alta la bandiera con tre progetti: Radio Squallor, «una web radio che manda in onda i loro pezzi ventiquattr’ore su ventiquattro, con intermezzi e finte interviste», un nuovo singolo chiaramente ispirato allo stile Squallor intitolato Kitemmurt e un’esperienza live, «Squallor forever», che andrà in scena a Termoli il 16 agosto. Se non bastasse, ricordiamo Arrapaho di Ciro Ippolito, del 1984, tornato in circolazione grazie alla Cineteca di Bologna e programmato in festival e arene estive, definito a suo tempo con qualche ragione «il più brutto film mai realizzato». Si aggiunga Per sempre Squallor! Fenomenologia di una ghost band italiana, il libro biografico a cura di Alfonso Amendola e Carlo Pecoraro appena uscito per Arcana, e il quadro dell’operazione-riscoperta di quell’oggetto inqualificabile della musica italiana, gli Squallor appunto, si completa. Attilio Pace spiega così la rinnovata attenzione al gruppo di suo padre, che qualcuno ha anche definito demenziale, ben prima che gli inventori riconosciuti del genere, gli Skiantos, facessero uscire il loro album di debutto Inascoltable nel 1977: «Gli Squallor hanno fatto scuola, sono stati i primi, ma erano tutto fuorché demenziali, perché partivano da situazioni che accadevano sul serio. Li definirei invece surreali, non a caso Rocco Tanica di Elio e le Storie Tese, in un documentario, dice che loro sono nati grazie agli Squallor». E per dare un’idea dello spirito che li animava, cita una frase celebre pronunciata in Arrapaho: “A chi vuoi più bene, a papà o a mamma? A Pippo Baudo!” Loro erano marziani, stavano su un altro pianeta».