Pagine Un volume sulla scena dance anni Novanta nei centri sociali. Oltre i rave e le discoteche
Alla fine degli anni ’90 Radio Città Futura trasmette su Roma i suoni che sgorgano dalle fratture rumorose del presente. I conti della radio vanno malissimo. Sopravvive grazie all’autofinanziamento e attraverso varie iniziative, tra le quali c’è Agatha, una serata pensata per portare il suono della radio fuori, oltre le mura della sede di Piazza Vittorio. Il debutto della serata è in un locale nella zona sud di Roma. Ma quel posto non è adatto: troppe luci, un impianto gracile, un’estetica da club masticato.
Vengono pochissime persone. Mentre Riccardo Petitti, dj della radio con un lungo passato di esperienza nei club in Spagna, suona la dance più aggiornata del momento, davanti a lui la pista è deserta. Succede perché nuovi suoni chiedono nuovi spazi, luoghi instabili, incompiuti, che si costruiscono nel mentre, che si lasciano attraversare e trasformare dai ritmi stessi che li reclamano. Alla neonata serata Agatha serve uno spazio a cui conferire una forma, disallineato sia rispetto alla postura delle discoteche commerciali sia a quella dei rave illegali.
Un luogo futuribile, nel quale poter fare esperienza di musica aggiornata e progressiva. Libero dai cliché appiccicosi e normati dell’edonismo dai locali da ballo, libero dalla visione antagonista novecentesca dei centri sociali e libero anche dal droghificio dei rave illegali. Poi Agatha arriva al Brancaleone, un centro sociale defilato, un po’ scalcagnato; una struttura disponibile, non molto politicizzata e permeabile alle sperimentazioni dell’underground contemporaneo. È gestito da un insieme di associazioni. Il Comune di Roma gli ha assegnato una palazzina per la quale viene regolarmente pagato l’affitto. Le persone che lo gestiscono sembrano più interessate a ciò che può accadere che a difendere ciò che già esiste. La sala del Brancaleone è una scatola rettangolare nera.








